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Presentazione della rubrica a cura del redattore. Nimue
IDTitolo ArticoloRubricaRedattore ArticoloLink
741 Stefano Jacurti e il suo Inferno Bianco... Intervista Intervista Nimue 02/2011 Apre eventuale link con Articolo 741 già pubblicato
Testo Articolo
Nuova pagina 1

L’ omaggio al western classico, il rapporto tra Uomo e Natura e colui che avrebbe voluto, almeno una volta, essere “ucciso” in un film, dal grande Clint Eastwood…

Nasci artisticamente come attore di teatro, come ti sei avvicinato al cinema, alla regia ed alla sceneggiatura?
Nasco artisticamente come attore di teatro nel 1985, poi, andando avanti nel tempo, siccome ero già un appassionato di cinema, il passaggio dal teatro alla cinematografia è stato breve, istintivo, naturale ed ho cominciato a metterlo in pratica a modo mio, con il mio stile.



 

Si dice che il cinema italiano sia attualmente in crisi. Volevo chiederti, quali sono le difficoltà che s’incontrano oggi nel realizzare un film di spessore, dalla produzione, a tutto il resto?
Le difficoltà credo siano molteplici ed è anche abbastanza difficile dare una risposta certa. Ci sono una serie di componenti, la prima è che già a livello di bravi registi e di grande cinema, non è che ci sia stato un ricambio generazionale di spessore, anche se penso, che oggi esistono anche e per fortuna, attori e registi validi. Poi c’è l’assoluta non volontà, nonostante molti lo dicano, di non interagire nel film di genere e questo ha comportato una sorta di appiattimento, perché si continua a raccontare solo il quotidiano, in più, secondo me, non sempre si racconta bene. Nel dopoguerra si narrava, ma aveva qualcosa di epico, d’importante, come il neorealismo. Oggi le difficoltà di proporre le idee, che siano diverse da tutto questo, sono molteplici. Non fare film in costume comporta una serie di problematiche, perché si manda in crisi un settore, perché i sarti non servono più. Comporta, che gli attori non perdano l’abitudine a lavorare in film dove si raccontano altre epoche, come avveniva invece negli anni ’60/70. Forse oggi, rispetto al passato, manca un gioco di squadra, perché ci si basa più sulla prodezza personale.



 

Vincitore del premio Acec al Tentacoli Film Festival per il lavoro cinematografico Inferno Bianco; un film interamente autoprodotto con un budget di seimila euro: a dimostrazione che un buon lungometraggio non ha sempre e necessariamente bisogno di grandi finanziamenti…
Quella di Inferno bianco, grazie anche a tutti coloro che hanno collaborato e accettato di “sposare” questo progetto, è stata una delle più belle avventure della mia vita, almeno finora. Chiaramente voglio andare avanti, non mi voglio fermare. E’ stato un viaggio anche spirituale; il rapporto con la montagna ( girato sul GranSasso), molto importante a livello personale. In più sono stato ovviamente orgoglioso, con pregi e limiti, perché parliamo sempre di cinema indipendente; abbiamo impiegato solo seimila euro per produrre questo film. Vincere con un western è qualcosa d’inebriante, qualcosa che non dimenticherò mai. In termini pratici, abbiamo fatto come si faceva un tempo; diviso quei pochi soldini che avevamo messo da parte, grazie anche a tutto il materiale che possiedevamo già; costumi, armi della mia collezione privata, cavalli messi gentilmente a disposizione da amici che conoscevamo e che hanno contribuito e reso possibile questo progetto, abbassando notevolmente i costi. In caso contrario, sarebbe stato veramente impensabile andare a noleggiare il tutto, quindi unendo le forze e mettendo a disposizione la mia collezione privata, compreso il fatto, che eravamo a un’ora da Roma; in Abruzzo, siamo riusciti a portare a termine questa straordinaria missione. Un viaggio assolutamente estremo, con le bufere, in pieno inverno, con la neve, da dicembre, ad aprile. Volevo sottolineare l’impegno massimo e ringraziare ancora una volta tutti, perché sono stati veramente straordinari per l’impegno e l’attaccamento a questa storia che ho scritto e per la regia a metà di Emiliano Ferrera, perché ci siamo dovuti aiutare sulla neve, anche se solitamente il regista è uno, ma in condizioni così estreme, l’unione ha fatto la forza, tra me ed Emiliano.



 

Con Inferno bianco, hai esplorato il genere western, sfiorando l’horror, con scene che ricordano vagamente Shining. Come mai la scelta di un film in bianco e nero?
La scelta è stata dettata da due motivi. Il primo è quello autorale; mi piaceva il bianco e nero, perché dava un effetto di atmosfere, in quanto avrebbe valorizzato ancora di più la neve. Questo si “sposava” in maniera straordinaria con la storia che avevo scritto, quindi valorizzare questo colore, che è sinonimo di angoscia; l’assenza del colore, da qui appunto il titolo Inferno bianco. Il secondo motivo è pratico, il bianco e nero nascondeva i nostri limiti a livello tecnico, non avendo a disposizione apparecchiature sofisticate… altrimenti il film non sarebbe costato seimila euro!. Malgrado i limiti, il film ha avuto un notevole apprezzamento, da parte del grande cinema e di grandi nomi come Franco Nero, Giuliano Gemma, Pupi Avati… Molte immagini di Inferno bianco, sono entrate ormai nell’immaginario collettivo del cinema indipendente.



 

Il film è stato girato interamente in Italia; un omaggio alla regione Abruzzo. C’è una particolare motivazione?
Sì, in questo caso un doppio omaggio, per la similitudine dell’Oregon al paesaggio abruzzese nella stagione invernale. Nel genere western c’è anche il Nord, non solo l’Arizona dei cactus, del Canyon, o dei deserti… Inoltre l’Abruzzo è sempre stata zona "filmica", molti film famosi sono stati girati in questa regione, come Trinità, Ladyhawke; produzioni italiane, ma anche straniere.

Nel lungometraggio ci sono chiari riferimenti al Wendigo, ci puoi dire cos’è?
Il Windigo è una divinità inquietante degli Indiani d’America.
E’ una sorta di creatura cannibale e proprio per questa peculiarità, ne sono rimasto affascinato e, a modo mio, l’ho inserita nella mia storia.



 

Inferno bianco è stato recensito anche da Pupi Avati, che l’ha definito come un’impresa coraggiosa e azzeccata…
Sono molto grato al maestro Avati. Tra l’altro non mi aspettavo questo; sono apprezzamenti che fanno sempre un certo effetto, so che Pupi Avati è molto attento alle produzioni indipendenti.
Io ho sempre avuto il massimo rispetto per i grandi del cinema italiano.

Ora parliamo di Stefano Jacurti scrittore, delle opere precedenti e dell’ultimo lavoro, Avrei voluto essere ucciso da Clint Eastwood ; libro che sta riscuotendo diversi apprezzamenti. Perché questo titolo e perché proprio Clint Eastwood?
Clint Eastwood è stato un eroe della mia infanzia. Sono “nato” con il genere western, grazie a mio padre; colui che mi ha trasmesso tanta passione e a cui devo moltissimo.
La mia generazione aveva i suoi miti, come i giovani di oggi hanno i loro. John Wayne, che è stato un grandissimo, l’ho vissuto, però solo nell’ultima parte, perché lui è morto molto prima. Clint Eastwood (grazie a Dio è ancora con noi), il suo western e quello di Sergio Leone… tra l’altro Clint deve molto a Leone, ma anche Sergio Leone deve molto a lui. Quest’ultimo lo scelse, azzeccò il protagonista, quindi a lui vanno tutti i meriti, ma proprio da questo felice connubio, Sergio Leone inizierà successivamente un nuovo percorso, diverso da quello di film come
Il Colosso di Rodi. Il grande successo che Leone ha avuto con Eastwood in Per un pugno di dollari, non ha eguali. Io ho voluto dedicare questo libro alla carriera di Clint, mi sono detto che era giunto il momento di farlo e di omaggiare questa grande star del western e non solo. L’ultimo regista classico, con il suo stile così impeccabile, particolare e con tutti gli Oscar che ha meritatamente vinto… I primi quattro li vinse proprio con Gli spietati.



 

Delle tue opere precedenti, ce n’è una in particolare che ti appartiene di più, che senti più tua?
C’è il primo libro, Il baule nella prateria, al quale sono molto affezionato. Agli inizi della mia carriera, scrivevo copioni teatrali, ma parliamo di un genere totalmente diverso; non è narrativa, è un altro modo di scrivere. Quindi per me è stata una tappa fondamentale; un passaggio importante.
Vivo le emozioni dello scrivere; a volte mi ritrovo a sorridere, altre vivo momenti di malinconia, per esempio quando una lacrima bagna la tastiera del computer.
Per farti capire…citando il film
Mezzogiorno di fuoco, con Gary Cooper, lì c’è una metafora molto importante, che è quella della vita. La solitudine dell’uomo, di fronte alle difficoltà.
 

Per il prossimo futuro, cosa “bolle in pentola”?
Ho scritto un romanzo ambientato in Arizona; in questi ultimi anni il western mi ha preso molto. Questo è il mio primo romanzo, perché il primo libro è stato una raccolta di racconti, l’ultimo, una raccolta poetica. Questo invece è proprio un romanzo, sono anche molto emozionato, spero di trovare una pubblicazione. Posso solo anticipare dicendo che, è la storia di due famiglie che si contendono il territorio in Arizona; una faida tra due gruppi…



 

Ringraziandoti, per la cortesia e disponibilità in riferimento a questa intervista, restiamo in attesa di deliziarci con altri tuoi nuovi progetti artistici e cinematografici.
E’ stato molto intenso parlare con te, soprattutto per le domande che mi hai fatto con intelligenza, ma anche con una grande sensibilità.







 

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