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Data di lettura dati Server: 18-08-2017 - 06:52:57
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Presentazione della rubrica a cura del redattore. Nimue
IDTitolo ArticoloRubricaRedattore ArticoloLink
738 Canzoni dall’armadio verde Intervista al duo Hueco Intervista Luca Magrini Cupido 02/2011 Apre eventuale link con Articolo 738 già pubblicato
Testo Articolo

 

Ho il piacere di conoscere Nino Velotti, cantautore, scrittore, poeta, artista poliedrico, da molti anni, per questo mi rivolgerò a lui dandogli del tu.

Ascoltando la tua musica e le parole delle tue canzoni più che ad un artista da applaudire ho pensato ad un fine osservatore che guarda dentro l’animo di ognuno e, fotografando, scopre quello che rinviene. Come fai?
Ti ringrazio molto della domanda. Non ho mai messo me stesso al centro del mio universo artistico. Ciò che produco musicalmente e poeticamente nasce sempre dall’attenzione verso l’esterno, verso cose e persone che magari mi somigliano. Anche per questo faccio dischi insieme ad altri artisti, sono gli Hueco insieme a Vittorio Esposto, il nostro è un sodalizio che dura da più di venti anni. Certo, prima o poi, ultimerò il mio disco personale, Incanti e disincanti... Ultimamente mi hanno chiesto a chi fosse dedicata "Non invecchiare mai", ho risposto ad una persona che sta invecchiando, magari un genitore, un amico, magari pure me stesso, o un perfetto estraneo. Cerco sempre il dialogo, di arricchire e arricchirmi dei mondi degli altri. Tutti siamo sottoposti al tempo che passa e che, insieme a un pò di saggezza, lascia sempre “solchi infertili”. Certo, ci sono io con la mia emotività a fare da filtro, ma non mi appagherei mai del mio ego e se sono un pò Narciso, lo sono nella misura in cui ci sono gli altri a farmi da specchio. Sarà pure l’unico fatto tangibile, l’essenza del reale, la cosa in sé, ma trovo che la solitudine dell’individuo sia un concetto spaventoso, da attacco di panico. Mettiamola così: ognuno di noi è solo, unico e irripetibile, ma per fortuna non è estraneo, ha molte cose in comune agli altri e lo può comunicare. La cosa che più mi colpisce nel videoclip di "Non invecchiare mai" – invito i lettori a darci uno sguardo su youtube - è il suo gioco di doppi e multipli come se tutte le entità presenti condividessero un'unica legge e destino, facessero parte di un unico progetto mistico. Sono sempre stato affascinato dalla religiosità tout court, buddhista, o cristiana che sia, Tutto è mistero è anche il titolo di una delle "Canzoni dall’armadio verde", il nostro ultimo album. Alla fine al di là del tempo e dell’età, finiamo tutti per somigliarci, lo spero... Penso che la poesia, la musica e l’arte in generale nasca principalmente dalla sublimazione di energie erotiche, nel senso che senza amore – e anche un pò di sofferenza - verso il mondo non c’è arte.

Canzoni dall’armadio verde è il titolo dell’ultimo album degli Hueco uscito da pochissimo con la storica etichetta indipendente Compagnia Nuove Indye. Siccome la scelta delle parole e del colore non credo sia casuale, sono curioso di sapere quale sia il significato dell'armadio verde.
L’input l’ha dato Vittorio che mi chiese di pensare ad un titolo che contenesse la parola armadio. Lui è un collezionista di abiti e accessori vari per cui in casa si ritrova vari armadi, nonché una camera adibita a deposito delle scarpe. A proposito di armadi nell’universo della musica pop c’era "Close to me", il videoclip claustrofobico degli amatissimi The Cure, c’era la scarna copertina de "L’apparenza" di Lucio Battisti, e, sempre in tema di arredamento musicale, "Songs from the Big Chair" dei Tears for Fears, duo anglosassone di pop- new-wave che ad entrambi non dispiaceva affatto... Devi sapere che un armadio verde esiste per davvero e, a partire dalla mia pubertà, mi è sempre accanto. Grande e capiente accoglie la mia collezione di camicie e di cravatte a fiori – sono un amante del vintage e dei mercatini a cui ho dedicato anche un libro, La T-shirt-bianca e altri racconti uscito qualche anno fa per l’attuale Mondatori Education -, l’orsacchiotto della mia infanzia, un Pinocchio mezzo rotto, i miei gatti che tentano di accedervi, il profumo di lavanda e tante altre cose. Da tutto ciò ecco il titolo del nostro secondo album Canzoni dall’armadio verde, armadio come contenitore di archetipi che fa pure un pò Cronache di Narnia, verde di natura e di speranza... Sono molto legato alla Natura, anche come concetto poetico-filosofico del mio amatissimo Leopardi – mi sono laureato in Filosofia proprio con una tesi sulla sua infanzia prodigiosa - e spero che non soccomba all’Uomo, vero “attentato a se stessa”, per dirla con un altro pessimista, Cioran. Nelle zone dove viviamo si sente molto il cosiddetto problema ecologico. A parte tutta la “munnezza” per strada, pensa che io e Vittorio abbiamo trascorso la pasquetta nel parco nazionale del Vesuvio, patrimonio dell’Unesco, nel casolare di un amico. Nulla contro Napoli e la mia terra, ma proprio qui dovevano farci una bella discarica? Un odore terribile azzerava quello degli alberi rigogliosi e dei fiori in primavera. Prima che lo “sterminator Vesevo” si risvegli...


E’ possibile che l’aver studiato filosofia all’università abbia influenzato la tua produzione artistica, o tutto deriva dalla tua sensibilità interiore?
L’eterno dilemma tra innatismo e empirismo... Ho manifestato la mia attitudine per la scrittura e le arti in generali sin da bambino. Mi sono scoperto artista e “poeta”, nel senso etimologico del termine di “colui che fa, che è creativo”, molto presto. Ho scritto i miei primi versi dedicati a mia madre a sette anni. Ma già all’epoca mi piaceva suonare il piano e mi dilettavo a inventare melodie. Mio nonno materno, maestro di musica e compositore, mi ha dato una mano in questo senso, oltre il corredo genetico, il nome di battesimo, Carmine e pure i nei sulla pelle come costellazioni in negativo. Ho pensato spesso di adottare il suo cognome, De Luca. Amava Verdi e Puccini ma anche Satie e la musica bandistica. Vedermi nel videoclip di "Non invecchiare mai", girato a Pompei nella casa di riposo “C. Borrelli” dall’eclettico amico, artista autentico Dagon Lorai, seduto al piano con il quadro della Madonna di Pompei alle spalle - mio nonno era molto devoto alla Vergine pompeiana - mi ha fatto un certo effetto... Da piccolo mi piaceva anche disegnare e dipingere. Attualmente mi diverto a fare simpatici fotomontaggi con Photoshop: ho ibridato Vittorio con Domenico Modugno e Rita Pavone, mentre personalmente mi sono fuso con Arthur Rimbaud e mi sono anche candidato nel partito Bellezza e Libertà... Quindi sono cresciuto in un ambiente abbastanza fertile, anche se, lo sottolineo, in fondo mi sono fatto da solo. Ho frequentato con ottimi risultati il liceo classico e il corso di laurea in Filosofia, ma tutto sommato penso di non aver avuto maestri e anch’io non mi reputo maestro di nessuno. Oggi invece si va a scuola di tutto, sarà sempre e unicamente una questione di soldi... Credo comunque nell’educazione finalizzata all’autorealizzazione dell’individuo e ho una buona vocazione alla maieutica, per cui ho dato l’input a vari amici che si sono scoperti artisti e poeti, qualche volta creando mostri che mi si sono pure rivoltati contro...


 

Qual è il momento più produttivo per le tue composizioni?
Arriva senza preavviso. Capita di svegliarmi con qualche spunto melodico in testa. Mi siedo al piano che mio nonno mi ha lasciato in eredità e lo sviluppo. Oppure può capitare in macchina mentre guido, ho il registratore del cellulare sempre a portata di mano.

Scrivi prima la musica, o  i testi?
Scrivo quasi sempre prima la musica, che come dicevo, nasce quasi sempre da un’intuizione melodica che sgorga all’improvviso, che poi sviluppo e su cui, in un secondo momento, costruisco il testo. A volte, nei momenti di grazia, musica e parole vengono insieme. Altrimenti do la priorità alla musica. La poesia, tra l’altro, è anche un mestiere – un mestiere che conosco, credo meglio delle tecniche della composizione musicale dove lavoro più d’istinto - che concerne la parola e che può stare al servizio della musica. La musica che non è relegata alla parola e alla lingua e che forse sta al di sopra, più vicina al mondo delle idee platoniche, probabile “riproduzione dell’essenza del mondo”, per dirla con Schopenhauer, un altro pessimista famoso. Ovviamente, sia per la musica, che per il testo, c’è bisogno di un minimo di estro, di uno stato d’animo predisposto all’invenzione, altrimenti non si fa niente. Fino a qualche tempo fa avevo il preconcetto che la poesia fosse altro, rispetto al testo di una canzone. Oggi credo di scrivere qualche buona poesia in forma di canzone. Nel 2009 ho vinto anche il premio letterario “Inedito" con due testi di canzoni e anche quest’anno sono in finale. Mi reputo un buon melodista, un arrangiatore con una discreta fantasia e soprattutto un artigiano molto paziente. Ho un rapporto fecondo con i mezzi digitali e con l’elettronica in generale. Oltre alla musica barocca ho sempre amato i Kraftwerk. Il primo album che ho acquistato è stato "The Man-Machine".

Come mai la scelta di aprire l’album con un brano strumentale “Felice...”?
Anche l’album precedente si apriva con uno strumentale, la prolessi della linea melodica di una canzone successiva su di una base e un’armonia diversa. E’ diventata una caratteristica degli Hueco, gli strumentali del vecchio disco sono stati utilizzati anche dalla Rai come colonna sonora a qualche servizio. Contribuiscono a fare un discorso unitario legando tra di loro le tracce che compongono il disco, a farne un concept-album. Sono molto legato alla musica degli anni 70, ai concept progressivi di un tempo, anche in letteratura mi piacciono le opere con un filo conduttore. Non saranno la Divina Commedia, o il Decamerone, ma anche in "T-shirt bianca e altri racconti" c’è un’introduzione che funge da cornice e pure le mie raccolte poetiche, - soprattutto "Giardino di Pèsah", con cui sono stato selezionato al “Montale” qualche anno fa - sono organizzate come sistemi.

Come nasce il nome Hueco e cosa significa?
Significa buco, assenza, vuoto, mancanza di qualcosa in lingua spagnola. Lo scelse Vittorio più di vent’anni fa quando l’ho conosciuto, leggendo una poesia di Jiménez. Io e Vittorio facciamo musica insieme a partire dalla fine degli anni 80. Ci siamo conosciuti in un locale a Napoli, entrambi della provincia, io di Nola, Vittorio di Pompei. Subito è nata una grande intesa tra di noi, un sodalizio che dura da allora. Mi coinvolse a scrivere pezzi e a suonare le tastiere nella band che aveva messo su da qualche anno, gli Absolute Colours. Vittorio ha iniziato a calcare i palchi prestissimo, poco più che adolescente. Insieme poi e anche contemporaneamente, suonammo con i Treblinka, una formazione post-punk. Nella prima band Vittorio era molto dandy estetizzante, nella seconda invece gotico e urlante. Ha sempre amato il trasformismo, vedi il videoclip di Gioca il mondo.... Poi ci siamo messi in proprio e all’epoca facemmo qualche concerto solo tastiera e voce, come Hueco. Nella seconda metà degli anni 90 c’è stata l’opportunità di uscire con una major, ma poi non ci siamo messi d’accordo.

Quali compositori sono stati maggiormente fonte di ispirazione?
Premetto che non amo le classificazioni e la suddivisione tra musica colta e popolare e che mi piace soprattutto ciò che va al di là dei generi. Comunque, per quanto riguarda la musica classica, adoro il linguaggio rinascimentale e barocco, Vivaldi soprattutto, ma anche Bach, anche se lo trovo un pò mentale. Diciamo che preferisco le cose non troppo astruse e per pochi eletti, mi piace molto Satie, ma anche Puccini, sono sempre italiano. Per quanto riguarda la popular music e il rock apprezzo molto la psichedelia, la forma propria di misticismo che la società dei consumi ha espresso. Quindi i Pink Floyd, ma anche il rock progressivo nazionale e internazionale. Poi apprezzo la semplicità poetica di cantautori come Paoli, o Endrigo, la world-music di Peter Gabriel e di Branduardi, la new-wave e il dark con cui sono cresciuto, il trip-hop degli anni 90, la melodia pop italiana degli anni 70 che trasmettevano le radio quand’ero bambino, ma anche la black-music destinata alla danza e al corpo. Tra l’altro nel nostro disco partecipa anche Paola Castiello con la sua voce soul grezza e vibrante da cantante di colore.


Cosa accomuna questo ultimo album al precedente "Living in a bathroom/Pensando all’amore"?
A parte gli strumentali, il fatto di contenere musica di ricerca, d’intrattenimento e d’autore allo stesso tempo. Solo che "Canzoni dall’armadio verde" penso che sia più maturo e più diretto. Meno di nicchia e scuro, più ricco e suonato attualmente ci rappresenta di più. Riascoltandolo anche il nostro vecchio album d’esordio è molto affascinante.

Che sensazioni ti procura pensare alle tante persone che ascoltano il tuo cd?
Mi piace moltissimo, mi dà i brividi sentire soprattutto gli altri che canticchiano qualche mia canzone. Ritornando al discorso iniziale, non mi fa sentire solo e magari mi fa pensare che qualcosa non è passato invano. Noi artisti e poeti qualsiasi cosa facciamo in fondo pensiamo sempre di fissare, di eternare nel tempo non dico noi stessi ma qualcosa di noi e degli altri che amiamo. In fondo non accettiamo, anzi ci ribelliamo sempre all’impermanenza della vita e anche se invitiamo al carpe diem, ci spaventa, ci angoscia soprattutto la mancanza di memoria. Avrà davvero un’origine funeraria l’arte, mi chiedevo...



 

Tu sei anche un filosofo tra le altre cose, come spiegheresti ad un bambino la parola felicità?
Direi solo che ho una certa dimestichezza con la filosofia. E "mi puzzano" un pò le persone troppo versatili. Certo, musica e poesia, poesia e pensiero, non è che poi siano tanto distanti, ma alla fine mi ritrovo in una posizione ambigua: i miei amici poeti mi considerano un musicista, mentre i musicisti un poeta. In un mondo di specialismi, disoccupazione e grandi arrivismi si evita così un pò di concorrenza... Venendo ai bambini e alla felicità, dato che oggi nel nostro mondo civilizzato sono un pò tutti viziati – i miei nipotini stanno sempre a chiedere soldi -, chiederei loro come si sentono mezz’ora dopo aver ricevuto l’ultimo giocattolo...

Sono tutte tue creature, ma qual è la canzone che senti più vicina?
Qualcuna è anche di Vittorio, testo e musica, come "Ed è subito estate" che mi piace molto, ma anche "La rosa nel pantano", nata da un fatto vero – feci anche una foto alla rosa nel pantano che incontrai strada facendo vicino Napoli, insieme ad un amico, la mattina dopo che c’era stato un temporale terribile, - diventato una sorta di osso di seppia montaliano in musica. Poi c’è "Il danno e l’inganno" con il suo andamento white funky, la sua armonia progressiva e il testo più ricercato, caustico e vicino alla poesia che amo.
 

 

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