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Data di lettura dati Server: 22-07-2017 - 16:39:24
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Rubrica curata da Antonio Timoni che si occupa di far conoscere piccole curiosità dal mondo o dalla scienza Antonio Timoni
IDTitolo ArticoloRubricaRedattore ArticoloLink
614 IL MOSTRO DI DUSSELDORF ! Seconda parte Curiosità Antonio Timoni 01/2011 Apre eventuale link con Articolo 614 già pubblicato
Testo Articolo

I fatti si erano svolti nel modo seguente: la sera del 14 maggio 1930, Maria si recò in un giardino pubblico di Dusseldorf, dove aveva appuntamento con un’amica che però non si fece vedere. La ragazza allora si avviò verso un dormitorio per giovani in cui passava le notti; strada facendo accettò con leggerezza la compagnia di uno sconosciuto che lungo i viali deserti del parco si fece un po’ troppo audace. Maria si ribellò e fu salvata dal provvidenziale intervento di un distinto signore e per gratitudine si lasciò poi convincere ad accattare la disinteressata ospitalità che egli le offrì per quella notte nella propria abitazione, al 71 di Mattmannerstrasse. Una volta a casa del cosiddetto “gentiluomo”, a Maria non piacque molto il suo comportamento e decise di non restare; l’uomo allora insistette per accompagnarla e una volta soli, nei pressi di un bosco, prima la violentò e poi cercò di ucciderla, dandosi infine alla fuga.

La segnalazione dei Bruggermann portò la polizia su una pista interessante; rintracciata la scrivente, individuarono la casa e risalirono facilmente all’inquilino, un certo Peter Kurten, quarantasette anni, coniugato, con una lunga fedina penale (aveva scontato a più riprese circa vent’anni di carcere). Accortosi della polizia e di Maria davanti alla sua casa, intuì di essere stato scoperto ed aspettò che il pericolo fosse cessato per rientrare a casa; confessò quindi alla moglie di essere l’assassino che tutti cercavano. La donna completamente sconvolta venne a sapere che anche le loro bambine erano state oggetto di attenzione da parte del padre; Kurten decise allora di trasferirsi altrove per sfuggire alla cattura, dando appuntamento alla moglie nella Rochusplatz. La donna però venne convocata dalla polizia e riferì terrorizzata della confessione avuta dal marito e che mai lo avrebbe creduto capace di uccidere e poi con quella ferocia; sapeva che correva dietro alle donne, che la ingannava e molte di esse erano venute a lamentarsi da lei e addirittura una volta, rincasando, lo aveva trovato a letto con un’altra, ma la situazione ora era ben diversa. Tra i singhiozzi rivelò il luogo e l’ora dell’appuntamento con il marito e così gli agenti, seguendola, riuscirono a catturare il criminale.

Era il 24 maggio 1930 e la polizia tirò un grosso respiro di sollievo e con lei tutta la città di Dusseldorf; dal canto suo, l’omicida non si era risparmiato inviando ai commissariati lettere beffarde che circostanziavano i delitti e ne promettevano di nuovi, anzi si era rivolto pure alla Stampa inviando messaggi che descrivevano le sue imprese. Fece anche di peggio rivolgendosi ai familiari delle vittime per far sapere loro come erano morti i loro congiunti. Tuttavia dopo l’arresto di Kurten, l’opinione pubblica si divise malgrado la sua piena confessione, dato che a qualcuno non apparve del tutto convincente. Sembrò strano che alcune vittime rimaste in vita stentarono a riconoscerlo e soprattutto non corrispondeva alla descrizione fornita da Gertrud Schulte, che aveva descritto il suo assalitore come un giovanotto occhialuto sulla trentina; Kurten non portava gli occhiali ed era senza ombra di dubbio più anziano. Un’altra donna aggredita invece, Hubertine Meurer, lo riconobbe subito in mezzo a un a ventina di persone, nel corso di un confronto.

Il 13 aprile 1931, a undici mesi dalla cattura, si celebrò il processo all’uomo che affermò di essere il mostro di Dusseldorf, anche se qualcuno si era convinto che gli omicidi non fossero stati opera di una stessa persona. L’imputato, un uomo incolore, vestito di blu, deluse chi immaginava di trovarsi di fronte ad una persona perversa. Dal suo racconto ne uscì fuori una storia di miseria, di degradazione, di violenza, con un padre alcolizzato e violento che abusò anche della sorella e di un’adolescenza fatta di sofferenze, fame, furti e soggiorni in prigione che lo incattivirono facendogli odiare il mondo intero.
Alla fine delle udienze, Kurten venne accusato di nove omicidi, sette tentati omicidi, quaranta incendi dolosi, ma il suo curriculum era di certo molto più articolato. Confessò inoltre di aver ucciso la prima volta a soli nove anni ed era toccato a due suoi compagni che aveva fatto annegare nel Reno. Il racconto delle sue orribili imprese andò oltre ogni immaginazione e lui stesso si definì una bestia selvaggia assetata di sangue; non furono solo parole, perché dichiarò di aver bevuto in più di una occasione il sangue delle sue vittime.

Peter Kurten venne condannato a morte nove volte, tante quanti erano i delitti commessi nella maggiore età; una sentenza scontata tanto che non ci fu neanche l’appello. Il primo luglio 1931, Kurten fu trasferito dal carcere di Dusseldorf a quello di Colonia, dove esisteva un cortile interno idoneo per le esecuzioni. Il condannato chiese e ottenne il permesso di scrivere ai familiari delle vittime per implorare il loro perdono nel momento in cui venne a conoscenza del suo destino.
Alle 6 del mattino del 2 luglio 1931, Peter Kurten fu ghigliottinato nel cortile del carcere di Klingelputz portando nella tomba il suo orribile segreto e cioè che cosa lo avesse spinto a macchiarsi di tanti infami delitti; un numero elevato di criminologi e psichiatri tentarono inutilmente di dare una risposta a questo quesito.
L’eco di questa orribile storia portò il Cinema ad interessarsi del mostro di Dusseldorf e a trarne alcuni film.




 

 

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