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Data di lettura dati Server: 24-10-2017 - 04:10:32
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Presentazione della rubrica a cura del redattore. Nimue
IDTitolo ArticoloRubricaRedattore ArticoloLink
508 Terremoto 2009 / La parola all'esperto... Intervista Nimue 02/2009 Apre eventuale link con Articolo 508 già pubblicato
Testo Articolo

Risponde il Prof. Danilo Mauro Palladino
Dipartimento di Scienze della Terra
Università di Roma-La Sapienza


Prof. Palladino, secondo lei, si può effettivamente prevedere un terremoto?
La previsione sismica è basata sulla valutazione della pericolosità sismica, ossia la probabilità che in una certa area si verifichi un evento di una data scala in magnitudo, entro un determinato periodo di tempo. Quindi, in termini probabilistici, direi di sì.

Si può conoscere il momento preciso, o il periodo in cui si è a rischio terremoto?
I
l momento preciso, no. La previsione è essenzialmente una questione di probabilità. Esistono dei precursori, dei segnali che alzano il livello d’allarme, ma dire esattamente che sta per avvenire entro un giorno, una settimana, o un mese, è impossibile allo stato attuale delle conoscenze.

Ci può spiegare perché l’area interessata è diventata improvvisamente instabile da un punto di vista sismico?
Esistono delle zone particolari, dette sismogenetiche, caratterizzate da faglie attive. Lungo un piano di faglia si verifica la rottura di una massa rocciosa con scivolamento delle parti a contatto. Una data faglia è caratterizzata da un periodo di accumulo di energia elastica; superato il carico di rottura delle rocce, la faglia si muove, liberando improvvisamente l’energia accumulata sotto forma di vibrazioni sismiche.

E tutto ciò è possibile calcolarlo approssimativamente?
Per questo esistono i cataloghi sismici, basati sulle testimonianze storiche, le registrazioni strumentali e le osservazioni geologiche. In paesi come l’Italia esiste una dettagliata registrazione degli eventi, dalla quale si può osservare che in una data area, statisticamente, esiste una certa periodicità, o per lo meno ci sono dei tempi di ritorno caratteristici del sisma. Ad esempio, si può dire che una determinata area, mediamente ogni qualche centinaio di anni, può essere colpita da un terremoto di una certa magnitudo; quindi esiste una ricorrenza, proprio perché una faglia si deve ricaricare di energia, che poi rilascia attraverso un grande evento sismico, o più eventi di magnitudo minore.
 

Secondo lei, ci potrebbe essere un collegamento fra il sisma e l’eruzione di un vulcano, come per esempio il Vesuvio, o l’Etna?
A scala più ampia, c’è un collegamento fra sismicità e vulcanismo: infatti spesso regioni sismiche sono anche regioni vulcaniche, ma non è propriamente un collegamento diretto di causa-effetto. Tuttavia è possibile che un grande evento sismico inneschi un’eruzione in un vulcano vicino. Esiste anche una sismicità indotta da un’eruzione, ma con caratteristiche diverse; i sismi relativi ai vulcani vengono chiamati tremori vulcanici.

Cos’è un precursore sismico?
Per precursori sismici, si indicano quegli eventi che preannunciano un’elevata probabilità che si stia per verificare un grande terremoto. Uno di questi segnali, per esempio, può essere il radon. Dal monitoraggio del radon dal suolo e dalle acque si è osservato che prima dei grandi terremoti si ha un aumento, un picco, nell’emissione di radon.

Potrebbe gentilmente spiegarci meglio il significato del radon e quale attinenza ha con un sisma?
Sì, è un elemento gassoso che si trova nel sottosuolo e viene emesso diffusamente sia dal suolo che dalle falde acquifere. Esiste normalmente un rilascio di fondo di radon; in prossimità di un terremoto, sembra che effettivamente aumenti la concentrazione di questo gas. Spesso però questa è una previsione a posteriori; nel senso che soltanto dopo l’evento sismico ci si rende conto dell’esatta relazione fra andamento della concentrazione di radon ed evento sismico. Inoltre non si può stabilire con precisione in che luogo avverrà il sisma, che potrebbe essere anche piuttosto lontano, né la magnitudo. Per esempio, nell’area romana è stato osservato un innalzamento del radon anche in concomitanza con un recente terremoto in Romania, ma naturalmente non è stato possibile stabilire un rapporto diretto né tanto meno individuare in anticipo la localizzazione del terremoto.

Quali sono le realtà più a rischio nel nostro Paese?
Tutta la zona interessata dalle catene montuose: le Alpi e in particolare l’Appennino. Escludendo la Sardegna e la zona centrale della pianura padana, direi tutta l’Italia: le aree a maggior rischio sono la Sicilia, la Calabria, l’Appennino Centrale, dalla Campania fino ad Abruzzo, Marche e Umbria.

Quindi possiamo escludere le grandi città, come la capitale e le importanti città del Nord, come Milano?
Diciamo che non sono sede di terremoti, ma possono risentire di quelli che si verificano ad una certa distanza, come del resto la storia c’insegna. Roma più volte ha subito terremoti, anche abbastanza devastanti, nonostante non sia epicentro di terremoti.

Per quanto riguarda le zone di mare, nel caso in cui dovesse verificarsi un maremoto, potrebbe esserci anche in questo caso, un’attinenza con il terremoto?
Certo, come si è già verificato con il famoso terremoto di Messina, all’inizio del ‘900, che ha innescato un vero e proprio tsunami catastrofico. Questo fenomeno interessa le zone dove le faglie si trovano in prossimità della costa, o sott’acqua, come appunto lo Stretto di Messina, che è fra le aree potenzialmente più pericolose in Italia. Ciò è avvenuto più volte e purtroppo continuerà ad avvenire in futuro.

Siete già riusciti a stimare in termini di tempo quando potrebbe accadere?
Sì, ci sono delle simulazioni, che ci permettono di osservare gli effetti di un evento del genere, partendo da certe faglie localizzate in determinate zone. Ciò è stato effettuato sia per gli eventi di maremoto indotti da eventi sismici, che per quelli collegati ai vulcani costieri o insulari, come per esempio quelli delle Isole Eolie, che possono essere soggetti a collassi di versante. Anche qui, i tempi di ricorrenza sono di diversi secoli, su base statistica.

L'Italia non è nè il Giappone, nè gli Usa, ma il Paese di antichi centri storici. Renderli antisismici è possibile? Cosa suggerisce in proposito?
Qui il discorso è molto lungo, mi limiterò a fare una breve considerazione. Il rischio sismico è definito da tre componenti: la pericolosità sismica, che è la probabilità che si verifichi un certo evento sismico entro un determinato periodo di tempo, e questo lo può decidere soltanto la natura; pericolosità sismica che va moltiplicata per il valore esposto e la vulnerabilità. Per valore esposto s’intende la popolazione e i beni che si trovano in un determinato territorio, la vulnerabilità è quella parte del valore esposto che andrebbe perso in caso di un evento sismico. Non possiamo agire sulla pericolosità sismica, ma possiamo agire sul valore esposto, cioè su quanti beni e popolazione esponiamo in una zona a rischio, ma soprattutto si tratta d’intervenire sulla vulnerabilità. Teoricamente potremmo costruire in maniera invulnerabile nei confronti di un sisma di magnitudo 5,8; sarebbe possibile edificare in maniera che non si verifichi nessun danno significativo. Il discorso della messa in sicurezza è più difficile per i centri storici, ma è anche vero che edifici d’interesse storico sono spesso sovradimensionati nelle loro strutture portanti, come per esempio i castelli e le grandi chiese gotiche, realizzati in maniera tale da poter resistere ai terremoti e che in effetti, resistono in linea di massima ancora oggi. Per quanto riguarda il centro storico dell’Aquila, invece abbiamo visto costruzioni crollare, malgrado siano state edificate in tempi recenti.

In questi giorni, non si fa che parlare del ricercatore Giampaolo Giuliani e delle sue vere, o ipotetiche teorie inerenti alla predizione del terremoto in Abruzzo. Secondo lei, gli organi competenti dovrebbe prendere in considerazione allarmi di questo tipo?
In questi casi, è importante che alla Protezione Civile giunga un unico messaggio certo da parte della comunità scientifica. Ci vuole un’unità di pensiero, è assolutamente fondamentale un’unica direttiva, che probabilmente non sarà nemmeno quella più giusta, però questo è molto importante per evitare il caos. Caso mai, il dibattito andrebbe svolto all’interno della struttura preposta, in questo caso l’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia) e di seguito andrebbe emesso un unico messaggio alle autorità competenti. Per quanto riguarda il caso specifico del ricercatore Giuliani, non conosco esattamente i dettagli della sua previsione. E comunque, a mio parere, la previsione non è nemmeno l’aspetto più importante, perché ammesso che fossimo veramente in grado di dire - “sta per verificarsi un terremoto!”- cosa faremmo? Il giorno esatto e la magnitudo resterebbero comunque incerte. Quanto dovrebbe essere grande l’area da sgombrare? Dovremmo sgombrare un’area vasta quanto l’Abruzzo dieci giorni prima? un mese prima? che si verifichi l’evento. Lo sciame sismico precursore potrebbe durare anche dei mesi prima della scossa principale…

Quindi, tornando al discorso di prima, l’unica prevenzione che si può fare riguarda essenzialmente il discorso qualità a livello di progettazione, per la costruzione delle abitazioni civili?
Sì, esatto. Prima ho parlato di pericolosità, vulnerabilità e valore esposto. Si può agire sul valore esposto evitando di continuare ad aumentare valore nelle zone potenzialmente a rischio, o comunque intervenire sulla vulnerabilità e cioè rendere meno vulnerabili questi edifici. Non possiamo tanto basarci sulla previsione, danneggiare l’economia di una zona facendo evacuare un’intera popolazione in ogni caso di presunto allarme: Ma prendiamo esempio da altri Paesi del mondo, come il Giappone, dove ci sono terremoti di magnitudo ben superiori a quelle di casa nostra, eppure i giapponesi si sono abituati a conviverci, cercando di minimizzare i danni.

Senza voler entrare in discorsi d’interessi, secondo lei, perché in Italia non è stata ancora presa in considerazione la sperimentazione di realizzare abitazioni ad alto livello antisismico, come per esempio ha fatto il Giappone?
Guardi…in realtà la normativa esiste ed è anche all’avanguardia a livello mondiale, il problema è che non viene seguita. Buona parte dell’edilizia nostrana, o è edilizia abusiva, o comunque c’è di mezzo il dolo. Inoltre molta dell’attività edilizia è controllata dalla mafia, dalla camorra, quindi sfugge al controllo della legge.

Gli scienziati che sono giunti all’Aquila, cosa esamineranno di preciso?
Dal punto di vista strumentale stanno studiando le sequenze sismiche. Ogni terremoto ha una sua caratteristica successione di eventi, quindi si studiano gli sciami sismici, le scosse di assestamento, per vedere come una certa quantità d’energia viene rilasciata, se attraverso più eventi di magnitudo considerevole, oppure un grande evento preceduto e seguito da lunghi periodi di sciami sismici. Poi si studiano gli effetti di sito, cioè andando a vedere nel dettaglio come, a una determinata scossa, reagiscono le diverse zone di un territorio, in relazione alla topografia e al tipo di costruzione.


In questi ultimi giorni si è parlato di uno spostamento dello sciame sismico. In che zona si starebbe dirigendo?
Oltre al monitoraggio di un sisma, quindi seguendo strumentalmente l’evoluzione dell’evento e osservandone gli effetti, c’è un altro tipo di studi di tipo geologico, in cui si analizzano le faglie potenzialmente sede di terremoti, e che lo sono state nel passato: comunque ogni faglia è una testimonianza geologica di uno spostamento di masse rocciose. Si può seguire l’andamento di una faglia, la sua estensione e il rigetto, cioè di quanto si sposta, che può essere di centimetri, o anche di qualche metro. Una faglia può rilasciare la sua energia lungo tutta la zona in cui è attiva. Se singole faglie, o più spesso sistemi di faglie, sono molto estesi, l’ipocentro può migrare geograficamente.

E in questo caso, in che punto cardinale possiamo dire che si stia dirigendo?
C’è stato uno spostamento degli ipocentri da Sud- Est verso Nord-Ovest, direzione piuttosto comune facendo riferimento alle faglie dell’Appennino centrale.

Che consiglio si sente di dare alle autorità italiane?
Le autorità italiane dovrebbero intervenire in anticipo. Noi sappiamo già quali sono i comuni a maggior rischio sismico. Bisognerebbe fare adesso i controlli, non dopo, quando ormai è troppo tardi. In anticipo valutare qual è lo stato attuale del patrimonio edilizio e di conseguenza provvedere all’adeguamento delle strutture ed eventualmente ad una sistemazione provvisoria per gli abitanti più a rischio.

 



Prof. Palladino, la ringraziamo per averci dato delle importanti delucidazioni. La ricontatteremo sicuramente nel prossimo futuro per approfondire meglio l’argomento. Con l’occasione, porgiamo a lei e famiglia i nostri più sentiti auguri di una Buona Pasqua.
Grazie, altrettanto a lei.



 

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