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Rubrica che illustra, attraverso piccole pillole, alcuni dei più illustri letterati italiani, biografie e correnti letterali di pensiero. Antonio Timoni
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502 Gli scrittori Vociani - Clemente Rèbora Pillole di letteratura Antonio Timoni 02/2009 Apre eventuale link con Articolo 502 già pubblicato
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GLI SCRITTORI VOCIANI
CLEMENTE REBORA

Clemente Rèbora - il grande poeta innamoratosi di Cristo crocifisso - nacque a Milano il 6 gennaio 1885, da una famiglia genovese di tradizione laica, dal temperamento schivo e solitario studiò fino al liceo nel capoluogo lombardo. Il padre, garibaldino, mantenne il ragazzo lontano dagli ambienti clericali, educandolo agli ideali mazziniani così diffusi fra la borghesia lombarda dell’epoca. Clemente, tuttavia, dimostrò ben presto di voler intraprendere una strada personale e per questo si iscrisse alla facoltà di medicina a Pavia, ma vi restò soltanto per un anno per poi passare a Lettere, dove trovò un ambiente più stimolante con compagni di corso come il futuro filologo Angelo Monteverdi e il filosofo Antonio Banfi; nel 1910 finalmente si laurea intraprendendo così l'attività d'insegnante perché la scuola era per lui luogo d'educazione integrale, per formare uomini pronti a cambiare la società; e proprio con articoli di argomento pedagogico cominciò a collaborare a "La Voce", la prestigiosa rivista fiorentina e a tradurre felicemente opere di Tolstoj, Gogol e Andreiew. Alla fine del 1913 conobbe Lidya Natus, un'artista ebrea russa e tra loro nacque un affetto che li legò fino al 1919.


Allo scoppio della prima guerra mondiale Rèbora era sul fronte del Carso, prima sergente poi ufficiale. Ferito alla tempia dallo scoppio di un granata, ne rimase segnato soprattutto a livello psicologico.
L’incontro con Giuseppe Prezzolini e la collaborazione appunto con “La Voce”, lo portarono ad esordire nel 1913 con una raccolta di versi “Frammenti lirici” dove trasparì l’insoddisfazione dell’autore e la sua consapevolezza di essere fuori dagli schemi del momento, seguita dai “Canti anonimi” apparsi nel 1922, che invece dimostrarono ormai i suoi interessi religiosi. In seguito a questa profonda crisi spirituale, abbandonò la vita sociale e si ritirò nel Convento Rosminiano di Domodossola (Novara); nel 1936 venne ordinato sacerdote vivendo la nuova missione con grande energia, dedicando tutto il proprio tempo all’assistenza dei diseredati, malati, poveri, prostitute e da allora, fino alla morte avvenuta nel 1957, rimase quasi sempre a Stresa, nel Collegio dei Padri Rosminiani.
Del suo travaglio interiore sono documento le “Poesie”, pubblicate a cura del fratello Piero, le quali contengono i Frammenti lirici, Canti anonimi, Versi e Poesie religiose; successivamente apparvero alcune scarne raccolte di versi come “Via Crucis”, “Curriculum vitae”, “Gesù il fedele”e “Canti dell’infermità”.

La poesia del Rèbora, tutta incentrata su un alto sentimento etico-religioso, possedeva una particolare originalità di accento in cui si avvertiva l’uomo che, sconvolto dagli orrori e dalle miserie della guerra e isolato dalla società che non lo comprendeva, doveva ripiegare sull’analisi interiore dove avrebbe trovato una risposta alle sue ansie nella fede cattolica.
Il suo linguaggio povero, ma ricco di metafore e allusioni, coinvolgeva per il ritmo serrato e sofferto, specialmente quando il poeta raccontava del suo disadattamento fra i contemporanei e della nullità dell’esistenza umana.

 

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