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Avvenimenti - a cura della Redazione Nimue e Melusina
IDTitolo ArticoloRubricaRedattore ArticoloLink
479 Il carnevale romano Avvenimenti Nimue 05/2008 Apre eventuale link con Articolo 479 già pubblicato
Testo Articolo

Il Carnevale Romano occupa un posto di rilievo fra le tradizioni popolari più importanti della città. Questa ricorrenza consisteva in una grande festa pubblica che durava otto giorni e si chiudeva la notte del Martedì Grasso, con l'avvento della Quaresima. Durante il Rinascimento il Carnevale Romano superò in fama persino quello di Venezia.
I festeggiamenti cominciavano undici giorni prima, di sabato, ma il venerdì e la domenica erano vietate le corse e le mascherate, così i giorni effettivi si riducevano a otto. Solo durante questo breve periodo era consentita la trasgressione in materia di ordine pubblico.
A Carnevale ci si poteva prendere qualche libertà, anche verso la classe dirigente (clero e nobili), che in altri periodi dell'anno sarebbero costate la galera. Il primo luogo dei festeggiamenti del Carnevale Romano fu piazza Navona, allora platea in Agone, dove sin dal Medioevo si svolgevano tauromachie e tornei di cavalieri.
Seguì il Monte Testaccio, a quei tempi area pressoché disabitata; qui, oltre ai divertimenti, si praticava una tradizione abbastanza cruenta detta la ruzzica de li porci. In cima alla collina artificiale venivano allestiti carretti con sopra diversi maiali vivi, che poi venivano fatti rotolare lungo la ripida fiancata; nella corsa i carri si rovesciavano e si fracassavano, mentre a valle si radunava una gran folla che si contendeva gli animali.

 

Verso la metà del '400 i festeggiamenti cambiarono sede per ordine di papa Paolo II, che essendo veneziano colse l'occasione per valorizzare il suo Palazzo Venezia appena costruito, ovviamente in piazza Venezia, a ridosso della basilica di S.Marco. Come teatro delle feste carnascialesche fu scelta la via Lata, l’attuale via del Corso (periferia nord della Roma rinascimentale), che ancor prima, in epoca romana, era stata il tratto urbano della via Flaminia. Qui aveva luogo una corsa a cui prendevano parte zoppi, deformi, nani ed ebrei anziani. Il popolo gioiva alla vista degli strani competitori e non risparmiava loro pesanti battute e il lancio di oggetti.

Fu Clemente IX, che nel 1667 mise fine a questo assurdo spettacolo.
Le sfilate di maschere erano rappresentate dai personaggi molto in voga della Commedia dell'Arte, come Pulcinella o Arlecchino, insieme ai balli pubblici che duravano tutta la notte, con i lanci dei confetti (pallottole di gesso colorato) e di sbruffi (gli attuali coriandoli).

Si arrivava così all'atto conclusivo del Carnevale, la sera del Martedì Grasso, con la suggestiva Corsa dei Moccoletti, che consisteva nel reggere candele, o lumini e tentando, nel correre, di spengere le fiammelle altrui. Di giorno erano in molti a travestirsi. Dopo il tramonto era ancora lecito farlo, ma senza indossare maschere sul volto, per motivi di pubblica sicurezza. Le maschere, di cera, o cartapesta, erano molto popolari, persino i sacerdoti, i frati e monache facevano baldoria, anche se nell'ambito dei rispettivi conventi (non in strada); erano ammessi musica, balli, pranzi sontuosi e anche qualche innocente travestimento.
Alle monache di clausura, però, era consentito mascherarsi solo con gli abiti dei propri confessori!



 

L'evento più atteso era la Corsa dei Barberi, cioè dei cavalli berberi; una razza non molto alta, ma muscolosa; questa aveva sostituito nel favore popolare la corsa ormai vietata degli storpi. Si ripeteva ben otto volte, quanti erano i giorni di feste e si svolgeva poco prima del tramonto.
I barberi venivano lanciati senza fantino da piazza del Popolo e raggiungevano a tutta velocità l'estremità opposta del Corso, piazza Venezia, allora assai più piccola dell'enorme spiazzo che è oggi, dove si tendeva un telone per fermare i cavalli, mentre i barbareschi si gettavano tra di loro tentando di bloccarli a viva forza (cosiddetta ripresa dei barberi). Il proprietario del cavallo vincitore riceveva in premio un palio, cioè un drappo di stoffa preziosa e ricamata, le cui spese erano a carico degli ebrei.

A rendere pericolosa per gli spettatori la stessa corsa era la strettezza della via, colma di gente. Nel 1874, durante la corsa un giovane improvvisamente attraversò la strada mentre sopraggiungeva un cavallo e morì proprio sotto gli occhi dei reali, così Vittorio Emanuele II abolì la manifestazione, che da allora non fu mai più ripetuta. Questo segnò la fine della corsa e anche del Carnevale romano.
 

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