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Data di lettura dati Server: 24-11-2017 - 06:44:42
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Presentazione della rubrica a cura del redattore. Nimue
IDTitolo ArticoloRubricaRedattore ArticoloLink
467 Nino Velotti e gli Hueco - Intervista Intervista Luca Magrini Cupido 05/2008 Apre eventuale link con Articolo 467 già pubblicato
Testo Articolo

Cresciuto in una famiglia di musicisti, suona il piano e le tastiere da sempre e lavora come arrangiatore e autore di musiche per il teatro, per siti web e per sfilate di moda. Tastierista e mente degli HUECO, un gruppo pop sperimentale nato nella seconda metà degli anni '90…

Nino, parliamo delle tue prime esperienze artistiche, è vero che hai iniziato a scrivere poesie all’età di sette anni?
Sono stato un bambino dotato e ipersensibile cresciuto in un contesto familiare abbastanza fertile. Mi sono laureato in Filosofia proprio con una tesi sui bambini dotati, con una sezione dedicata all’infanzia di Giacomo Leopardi, mio poeta, nonché prosatore preferito. Mio nonno era compositore e il suono del suo pianoforte mi ha accompagnato per tutta l’infanzia. Sullo stesso piano adesso abbozzo, compongo le mie canzoni. Ho avuto qualche difficoltà con i miei coetanei e incomprensioni da parte della scuola, soprattutto alle elementari. Tuttora subisco le conseguenze del mio essere stato strano, prodigioso, per certi versi autistico. Emotivamente non mi sembra che sia passato molto tempo da allora. I miei primi versi li ho dedicati a mia madre: “volto gioioso/ sguardo intimo/ pensiero di vivere”. Le mie poesie più belle le ho scritte a diciotto anni. Le stesse poesie contenute in Giardino di Pésah (Edizione del Giano, testi scelti da Dario Bellezza, 1991, Roma) con cui qualche anno dopo sono stato selezionato al Premio Montale. Ora che mi sto stagionando, con qualche scaltrezza in più che ti risulta utile al gioco - per inciso, credo che tutta l’arte, ma anche la stessa vita siano fondamentalmente un gioco, di conoscenza, di piacere, di pericolo, di dolore, di un senso arcano, di cui il senso ultimo ci sfugge il senso -, dicevo, spero di non perdere la bellezza sorgiva di allora.
 

 


Quando è iniziata la tua carriera di scrittore e quali sono i ricordi di quel periodo della tua vita?
Carriera è un termine e un obiettivo che poco mi si addicono. Ho scritto delle cose perché ne avevo bisogno, ne avvertivo l’urgenza, a parte qualche soldo ricevuto in cambio... Essendo una persona molto curiosa e con una certa attitudine alla letteratura ho sperimentato anche la prosa. Quella che più mi sembrava vicina al mio immaginario ed al mio modo di intendere la poesia, per brevità, chiarezza, musicalità, ricchezza connotativa. La tanto snobbata narrativa per ragazzi, con finalità anche didattiche. Ho scritto e pubblicato rispettivamente con la Fabbri Editori nel 1995 e con la Salani-Le Monnier nel 2003 - Pinocchio 2000 e La T-shirt bianca ed altri racconti . Sono particolarmente legato al secondo libro in cui sono protagonisti vari oggetti e vestiti usati che, magicamente animati, raccontano per lo più in prima persona la storia delle persone che li hanno posseduti. Considero racconti come “Il Pelo di Pallina”, “Il cappottino grigio-topo” e quello del titolo - una mia personalissima Operetta Morale - in assoluto tra le mie cose migliori e rappresentative. Tra l’altro, accostando il libro Cuore al pensiero non proprio buonista di Giacomo Leopardi, mi sembra di aver innescato un interessante cortocircuito.

Che cos’è la poesia e che cosa comunica, secondo te?
La poesia è innanzitutto un “fare”, un “fare” qualcosa non necessariamente in versi secondo un atteggiamento, un approcciarsi alle cose del mondo in qualche modo simile alla follia. Un meravigliarsi ed un inquietarsi facilmente. Qualcosa in fondo di molto scomodo che non si sceglie, ma anche qualcosa di molto profondo e necessario che aiuta a tenerci in vita.



Credi che le tue opere letterarie abbiano una funzione sociale e culturale?
Sono profondamente individualista e anarchico nell’essenza, ma credo che si possa influenzare positivamente il prossimo, arricchirlo spiritualmente, o almeno aiutarlo a trascorrere meglio la giornata, se si fa qualcosa di buono artisticamente parlando.

Puoi parlarci degli Hueco, come nascono e cosa offrono di nuovo al panorama musicale italiano?
Gli Hueco, che in lingua spagnola vuol dire “cavità”, “mancanza”, “vuoto”, nascono dal mio incontro con il cantante, nonché coautore di testi e musiche Vittorio Esposto. Un sodalizio che dura da circa venti anni tra due persone molto diverse, ma intimamente complementari. Io, diciamo, la coscienza morale, Vittorio l’intrattenimento, il dandysmo, l’immagine. Dieci anni fa c’è stata la possibilità di uscire con una major, opportunità naufragata. Siamo usciti da poco con l’album Living in a bathroom – Pensando all’amore in maniera indipendente, direi, in assoluta libertà. Ed è una grandissima soddisfazione avere avuto molti consensi in radio, di critica, sulle televisioni. Il videoclip di Gioca il mondo, diretto dal videoartista Sebastiano Deva e basato sul viso di Vittorio che si trasforma grazie ai trucchi del make-up artist Roberto Rubino, è stato finalista al Premio P.I.V.I. del MEI. Oggetto di un bel saggio critico che uscirà a breve su una rivista d’arte, attualmente lo stanno trasmettendo anche su importanti reti televisive spagnole. Cosa offriamo di nuovo? Molto di vecchio, di vintage, tanta libertà creativa, sperimentazione, si spera tanta bellezza e poesia. Come dice Vittorio, citando Pasolini, cerchiamo di “dare stile al caos”.

Con quali artisti hai collaborato?
Non mi piace proprio stare da solo... Credo che l’amicizia sia il più alto valore umano, anche verso gli animali, soprattutto i gatti che adoro e mi accompagnano quotidianamente col loro incanto e che gli artisti, pur sempre maledettamente egocentrici, possano collaborare in una sorta di reciproca maieutica. Per quanto riguarda la narrativa per ragazzi, ho collaborato con la grande amica poetessa Pina Lamberti Sorrentino. Al disco degli Hueco, invece, hanno offerto il loro contributo vari musicisti e qualche amico scrittore. Voglio ricordare soprattutto Armando Fusco, alias Army, doppia voce nel cd, ed Enea Armano, giovanissimo polistrumentista e raffinato combinatore di suoni e note musicali. C’è poi un testo scritto insieme a Luigi Romolo Carrino, l’autore del romanzo breve Acquastorta.



Ci racconti come nasce una tua canzone?
Nasce quasi sempre da un’intuizione melodica, spesso anche di Vittorio, che poi sviluppo e su cui, in un secondo momento, costruisco il testo, magari anche inglobando suggestioni di Vittorio. A volte, nei momenti di grazia, musica e parole vengono insieme. Altrimenti do la priorità alla musica. La poesia, tra l’altro, è anche un mestiere di parola che può stare al servizio della musica. La musica che non è relegata alla parola e alla lingua e che forse sta al di sopra. Ovviamente, sia per la musica che per il testo c’è bisogno di un minimo di estro, altrimenti non si fa niente. Fino a qualche tempo avevo il preconcetto che la poesia fosse altro rispetto al testo di una canzone. Attualmente considero di scrivere qualche buona poesia in forma di canzone. Rispetto alla letteratura con la musica ho un rapporto più d’istinto. Mi reputo un buon melodista ed un arrangiatore fantasioso. Ho un rapporto fecondo con i mezzi digitali e con l’elettronica in generale.

Cosa manca oggi alla musica leggera italiana?
Ci sono troppi prodotti a tavolino e tanta pesante leggerezza, una canzone d’autore stantia, l’assenza di una reale ispirazione, la paura di fare cose diverse dal solito che vadano al di là dei settori di vendita e dei target di riferimento. Ci sono anche troppe cose dal vivo, simili a manifestazioni sportive. D’altra parte i dischi si vendono pochissimo, tutto si scarica quasi sempre illegalmente, uno dei lati negativi della rete che, comunque, ti consente di prendere contatti e di dire la tua nonostante il caos delle voci collegate e chi fa musica si guadagna da vivere principalmente con i live. Gli Hueco, finora, non hanno fatto nemmeno un live. Comunque, nonostante la nostra sia indubbiamente un’epoca di riflesso, di alta definizione, di recupero e di contaminazione tra cose già fatte, mi sembrano numerosi e attraenti i fermenti, sia in Italia che all’estero.

 


Cosa ne pensi dell’ultima canzone di Povia, dell’omosessuale che guarisce e scopre la sua eterosessualità, è un’operazione cattoclericale?
Penso che ci si definisca omosessuali, o eterosessuali solo per comodità. Per non sentirsi troppo diversi gli uni dagli altri. Per sentirsi accolti in una parrocchia. Esistono anche le parrocchie dei gay - anche buddisti - oltre a quelle dei preti cattolici e dei vari tifosi di squadra. Certo è sempre un bene organizzarsi secondo interessi comuni, soprattutto se si è stati perseguitati. La sessualità è un mistero perché va al di là delle classificazioni, appartiene al sacro, non soltanto perché concerne la creazione materiale della vita. Cosa dire? Esistono persone più o meno caste, come qualche millennio fa sostenevano i gentili in Grecia. Credo che si possa guarire da un comportamento omosessuale, ma non dalle pulsioni responsabili che appartengono, in diversa misura e in maniera diversa, ad ognuno di noi, come credo che si possa guarire allo stesso modo da un condotta eterosessuale. Il problema è come guarire dal desiderio in generale.

Puoi dirci da cosa prendi spunto per le tue opere?
Sempre dalle cose che accadono, che si sentono, che si vivono e che poi lievitano nella memoria, nella rimembranza che rende sempre tutto più poetico. Anche un libro letto, un quadro, un film visto, un disco scoperto può accadere dentro di noi.

La realtà contemporanea (sociale, politica...) è molto importante nella tua arte?
Non per disimpegno, ma a volte preferisco mantenermi disinformato, per stare calmo. Molte cose mi infastidiscono proprio, altre mi rendono più paranoico, troppe mi addolorano nel profondo. Soprattutto la questione della Natura, madre, o matrigna?- che stiamo uccidendo. La Natura che poi non è un concetto astratto, ma è fatta di tanti animali innocenti, di tante creature che stanno scomparendo, che stiamo sacrificando al nulla. Credo che il Papa dovrebbe preoccuparsi soprattutto della distruzione dell’opera di Dio, opera buona, o cattiva, lo sanno i mistici, da parte degli uomini, sempre più numerosi, bramosi e disattenti nel soddisfare i propri bisogni di consumo. Magari individuare in questo il più grave, l’unico vero peccato dell’umanità contemporanea.

Cosa non accetti di questa nostra società?
I giochi di potere, il buon viso a cattivo gioco, il doppio gioco dell’ipocrisia, l’arrivismo, la mancanza di trasparenza e la sopraffazione del più scaltro su chi è più debole e autentico. Vorrei sempre che queste non fossero le virtù cardinali, le regole principali del gioco della vita.



Ti senti cresciuto in senso artistico e umano?
Se crescere significa giungere ad un termine ultimo, ad un senso definitivo ed irreversibile dell’esistenza spero proprio di no. Vorrei aver sempre nuove cose da dire, da fare e da scoprire. E’ questa l’eterna giovinezza, la meraviglia dell’infanzia protratta nel tempo. Contro la malattia dell’accidia e la morte in agguato.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Progetti musicali soprattutto. A breve sarà pronto un secondo videoclip tratto dal nostro album. La canzone è Magnifica ossessione ed il video è basato su disegni originali dell’illustratrice italo-inglese Katia Fiorentino. Il tratto, l’atmosfera è molto Beardsley, Klimt, insomma fine Ottocento e inizio secolo scorso, un periodo che iconograficamente è molto caro, sia a me, che a Vittorio. Abbiamo realizzato una cover di Notte di luna calante di Modugno del 1960, in perfetto stile Hueco, con la voce di Vittorio che non capisci se è proprio d’altri tempi, o veramente avanguardia. Vari dj stanno realizzando remix di Magnifica ossessione, interpretando a loro modo la nostra canzone. Stiamo scrivendo pezzi per un nuovo album. Per un futuro più remoto aspettiamo fiduciosi.

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