
Ero curioso, una tipa
particolare. Aveva accettato di vedermi dopo una decina di righe di chat, forse
lo faceva di mestiere, attrarre gli uomini sposati e ricattarli poteva essere un
passatempo abbastanza redditizio, per una che non ha niente da perdere, con me
era una battaglia persa già in partenza, la mia ultima moglie mi aveva lasciato
appena i soldi per pagare la bolletta della luce, per tenere acceso il
frigorifero.
Arrivai al parcheggio, cercai qualcuno in attesa, un rappresentante stava
telefonando, una manager con la gonna spiegazzata dal viaggio in autostrada
parlava ad alta voce al cellulare, chissà che faceva la gente prima che
inventassero i telefonini?.. Una ragazza piuttosto piacente, occhiali neri,
jeans, scarpe da ginnastica e maglietta bordeaux stava in piedi appoggiata
all’auto, con la sigaretta accesa, capelli lunghi color mattone scuro. Mi
avvicinai.
Le sorrisi prima di salutarla, c’era un alone lucente attorno al suo corpo,
forse era il riflesso della sua Clio rossa.
- Ciao!
- Ciao!
Mi salutò buttando fuori il fumo dalla bocca.
- E’ tanto che aspetti?
Mi fece vedere la sigaretta appena accesa sorridendo nervosamente, nella
tensione del primo incontro.
- Beh, direi di no. O apena acceso.
Parlava con quell’italiano strano degli stranieri dell’Est. Ancora non sapevo
quanto avrei amato quel suo accento zingaresco.
La squadrai cercando di metterla in imbarazzo; un’occhiata indagatrice,
profonda. Lei si guardava attorno, noncurante, dopo un pò mi scrutava negli
occhi.

- Allora, o superato l’esame?
- Beh, non devo comprarti.
- E allora chè guardi tanto?
Il tono era deciso, ma sorrideva. Mi venne fuori la verità, stranissimo, a me,
che non so nemmeno dove sta di casa la sincerità sul lavoro.
- Non mi aspettavo che fossi cosi bella.
Sorrise compiaciuta non del complimento, ma di essere riuscita a tirar fuori
qualcosa da me che non fosse falso. Io ero stupito delle parole che avevano
sentito le mie orecchie, non era da me fare il “provolone” sul posto di lavoro.
- Pèrche mi ai cercato? Cosa voi da me?
Era diretta e schietta, non trovavo un buco in cui nascondermi.
- Devo indagare su di te. Sono un investigatore privato
Mi stupivo di me, avevo voglia di fuggire, roba da ritiro della licenza, non
sapevo che stregoneria quella mi avesse somministrato e con che mezzo l’avesse
fatto, non avevamo bevuto niente, quindi niente droghe, siero della verità, o
altre diavolerie. Questa qui aveva una marcia in più.
- Bravo, mi ai deto la verita. Imagino chi pò esere stato a ingagiarti, quelo
stronzo sposato, sara stata la moglie.
- Scusami c’è la privacy.
- Sì, sì, tanto o capito tuto ora.
Sembrava seccata, il suo sguardo che si posava nei miei occhi ora si era spento,
fu come quando viene un’eclissi totale di sole, il contorno delle cose perdeva
piano, piano, significato. Mi sentii come quando, tanti anni fa la mamma mi
abbandonò nella culla per una mezz’ora e, a detta dei vicini, urlavo
all’impazzata. Ci volle tutta una notte a calmarmi, disse poi mia madre, ancora
angosciata al ricordo.
- Perdonami…
Glielo dissi con un’angoscia sconosciuta dentro di me. Avevo già paura di
perdere quello che non avevo mai avuto.
La ragazza mi osservava fra i capelli che le scendevano ai lati del volto.
Sentii una vampata di calore penetrarmi negli occhi, scendere in profondità fino
alle viscere per proseguire alle gambe e ai piedi e risalendo nel passaggio del
rimbalzo, mi stava ripulendo di tutte le mie paure, insicurezze, sentimenti
passati ammuffiti. Pian, piano che questa mi guardava, seria, senza proferir
parola, mi stavo liberando di tutti i fantasmi che convivevano con me da mille
generazioni.
- E’ il tuo lavoro, non ai da chiedere perdono, ma tu ai bisogno d’altro.

- E Mario Scarlitti?
- Quelo non conta, come non contano tuti gli altri, non conta niente, tuto
questo, la vita, le case, le automobili, niente conta se ti manca l’essenziale.
- La sai lunga rumena…
Fece finta di prendersela.
- Eco vedi anche tu sei come tuti gli altri, razista con noi rumeni.
- Si, molto razzista con te…
Lo dissi mentre il mio viso nonostante tutti gli sforzi contrari che facevo, si
avvicinava al suo volto di zingara. Arrivai a un centimetro dalle sue labbra, il
suo alito mi fece quasi svenire mentre appoggiai le labbra sulle sue, forse era
l’effetto di qualche droga mista a rossetto; non riuscivo a capacitarmi, forse
era una vera strega dell’Est. Per un momento stette finalmente zitta, aprì la
bocca per rispondere al bacio. L’alone luminoso che l’avvolgeva divenne
accecante, un calore forte nacque d’incanto nel ventre, per risalire fino alla
bocca, alla lingua che si contorceva con la sua, il liquido amniotico di noi due
che ci baciammo sgorgò da tutti i pori della pelle inondandomi di una luce che
sapeva di speranza. Lei se ne accorse, si staccò, con gli occhi e mi disse che
ero suo. Anche lei era mia e questo era scritto da sempre, nessun’altra così
prima, mai più nessuna cosi dopo. La sua voce ora era più dolce.
- Voi italiani pensate sempre e solo allavoro, alla familia, non vedete che c’è
molto di più.
- Insegnami a vedere tutto questo! - Tu ce l'hai dentro te, basta solo che
impari a vederlo.
- Allora lo cercherò specchiandomi nei tuoi occhi. Il tono della conversazione
era diventato di un’intimità sconosciuta per uno scapestrato come me, che viveva
nei bassi fondi di questa città, non mi riconoscevo più. La ragazza mi scrutò
negli occhi con quel fare indagatore, che aveva un non so che di familiare, poi
parlò. Disse solo:- Ok.
Così dicendo avvicinò il suo viso al mio, le sue labbra erano umide di lei,
quando le pose sulle mie sapevo perfettamente che per me era finito tutto quello
che apparteneva al passato. Stavo venendo al mondo ora, in quel 20 settembre di
quel 2008, alle ore 15.32. Sapeva baciare in una maniera dolcissima e la
dolcezza si trasformava rapidamente in desiderio inarrestabile, ondate di
piacere che ti entrano dalla bocca e che esplodono all’interno in ogni parte del
corpo.
Sì, indubbiamente la ragazza ci sapeva fare.
Mi parlò di lei, del suo lavoro di impresaria, dei suoi uomini, delle nostre
conoscenze in comune, di come sono ora, di com’ero solo pochi anni fa, quando io
e l’alcool eravamo amici inseparabili, passammo il pomeriggio fra un bacio ed
una chiacchiera, mentre spariva tutto intorno a noi.
Lentamente stava finendo il giorno, mentre tutto acquistava finalmente
significato.
(Per gentile concessione
di Roberto Ferrari)