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IDTitolo ArticoloRubricaRedattore ArticoloLink
37 La Donna iraniana Fondo Elisabetta Darsi 02/2005 Apre eventuale link con Articolo 37 già pubblicato
Testo Articolo
coperta da un velo, ma spogliata dei suoi diritti. La ricorrenza, tutta occidentale, della Festa della donna ci porta a una riflessione sulla condizione femminile nel Medio Oriente. Ho scelto di parlare dell’Iran, confessando pubblicamente una predilezione per questo Paese ricco di storia e tradizioni millenarie. Ma non è certo questa l’unica ragione: il regime di Tehran è oggi al centro dei riflettori internazionali, una pedina importantissima sullo scacchiere mediorientale. È facile intuire il perché. Quella iraniana è una vera e propria teocrazia, modellata nei principi dal suo fondatore, l’ayatollah Khomeini, per essere del tutto impermeabile alle istanze di rinnovamento e completamente in antitesi al modello democratico occidentale. La religione di stato (quella sciita) è infatti il dominus del Paese e condiziona (o meglio governa) la vita politica e sociale iraniana. Ma attenzione: è la stessa religione dei vincitori delle ultime “libere” elezioni in Iraq. I mullah al posto di Saddam, quindi. Questo è inaccettabile per gli americani che in Iraq ci sono andati, a sentir loro, proprio per esportare la democrazia. Si giustificano così le minacce d’intervento militare in Iran pronunciate dal presidente Bush in occasione dell’ultimo discorso sullo stato dell’Unione. “Non escludiamo la via militare” ha detto l’inquilino della Casa Bianca. Il motivo ufficiale è scongiurare la minaccia nucleare di Tehran. Ma sotto c’è anche l’appoggio iraniano ai partiti sciiti iracheni per la creazione di un nuovo regime teocratico a Baghdad. Gli americani sembrano temere oggi gli sciiti più dei sunniti. E hanno ragione: due grandi paesi confinanti governati dagli stessi mullah (acerrimi nemici del “Grande Satana, il modello di vita statunitense e occidentale) rappresentano una enorme minaccia per la sicurezza e la stabilità del Medio Oriente. Una minaccia che non è nemmeno paragonabile alle pur serie preoccupazioni per il regime di Saddam che hanno portato alla guerra. C’è qualcosa nel regime dei mullah, quindi, che preoccupa seriamente gli americani. Più di qualcosa a dir la verità. Basta guardare quello che avviene all’interno dei confini iraniani per rendersene conto. La società iraniana è intrappolata nella rete di Consigli teologici che, praticamente, svuotano di ogni potere le seppur longeve istituzioni democratiche. Le decisioni del più antico parlamento del Medio Oriente, il Majlis di Tehran che festeggia quest’anno i 26 anni di vita, devono essere sempre vagliate dai mullah: un controllo che nella maggior parte dei casi si trasforma in vera e propria censura. È avvenuto lo scorso anno in occasione delle elezioni legislative dell’11 febbraio: il Consiglio dei guardiani della Rivoluzione, organismo che veglia sulle decisioni parlamentari e, in caso di elezioni, sull’eleggibilità dei candidati ed è in mano agli integralisti, ha escluso migliaia di candidati riformisti dalla competizione elettorale. A pagare le maggiori conseguenze di questa dura repressione sono i giovani e soprattutto le donne. I giovani di Tehran, soprattutto gli universitari, negli scorsi sono spesso stati al centro di rivolte contro il regime: rivolte sedate nel sangue. Le donne, che a differenza di altre nazioni mediorientali hanno il pieno diritto di istruzione e affollano le aule universitarie di Tehran, vedono però ristretto ogni loro diritto. Prima di tutto sono costrette ad indossare lo hijab, il velo (più spesso un lungo indumento) che copre i capelli e le rotondità del corpo. La donna, infatti, dal Corano è vista come un essere tentatore e, come tale, deve coprire le sue forme per evitare che l’uomo cada in tentazione. Secondo il codice di famiglia iraniano, poi, un erede maschio ha diritto a ricevere il doppio di quanto riceve una figlia femmina. E per quanto riguarda il matrimonio, le leggi sono ancora più vincolanti. L’età minima per sposarsi, in base alla sharia (la legge coranica), è di nove anni. Le bambine vengono vendute dai loro genitori alla famiglia del futuro marito sin dai primi anni di vita. Il parlamento riformista negli scorsi anni, aveva cercato di alzare l’età minima per le nozze a 15 anni. La decisione, però, era stata bocciata dal Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione. In caso di divorzio (ammesso e molto praticato in Iran) alla madre sono affidate solo le figlie che hanno meno di sette anni. Al compimento del settimo anno, comunque, la bambina torna nelle mani della famiglia paterna. I figli maschi, invece, a prescindere dalla loro età sono sempre affidati al padre. Come nella maggior parte dei paesi arabi, quindi, anche in Iran i figli sono proprietà del marito: alla donna non resta che qualche sporadica visita. C’è un regista “scomodo” in Iran, Abbas Kiarostami, che in uno dei suoi film ha trattato proprio questo tema. Basta vedere gli sforzi, gli ostacoli e il profondo amore della giovane madre di “Dieci” per comprendere l’estrema difficoltà della condizione di donna divorziata a Tehran. La vita di una donna a Tehran, ma soprattutto nelle sperdute province rurali, è davvero difficile. Coperta dal suo hijab, ma spogliata dai suoi diritti (quelli che in occidente chiamiamo “naturali”, ma che in Iran tali non sono) dalla morsa di una società patriarcale e dogmatica. Ma c’è qualcuno che si oppone: una donna che ha speso tutta la sua vita per difendere le altre donne e gli oppressi. Una donna che ha studiato e ha raggiunto i più alti livelli della carriera legale, ma che è stata costretta ad abbandonare il suo amato mestiere quando le leggi sulla segregazione sessuale volute da Khomeini hanno escluso le donne dalla vita pubblica del Paese. Il suo nome è Shrin Ebadi ed è diventato famosa in tutto il mondo quando, nel 2003, ha vinto il premio Nobel per la Pace. La biografia di questa donna di 58 anni è una sintesi della storia e della condizione femminile in Iran. Nel 1975 , infatti, la Ebadi è stata la prima donna iraniana a diventare giudice nel distretto di Tehran, ma subito dopo la cacciata dello Scià e con la Rivoluzione Islamica di Khomeini nel 1979, è stata rimossa dall’incarico e costretta a una pensione anticipata. Tutto questo però non l’ha scoraggiata e, dopo molti ostacoli, nel 1992 ha finalmente ottenuto la licenza di avvocato e avviato il suo studio privato. Da lì, la Ebadi ha partecipato alle più grandi cause per la difesa dei diritti civili. Un caso su tutti è il processo contro gli assassini della fotoreporter canadese con passaporto iraniano, Zahra Kazemi, uccisa a calci e pugni durante un interrogatorio in una caserma di polizia. Quando viaggia in giro per il mondo, invitata dalle università e dalle maggiori organizzazioni mondiali che si occupano della difesa dei diritti civili, la Ebadi coraggiosamente non indossa il velo. E, anche per questo, ha ricevuto minacce di morte dagli integralisti. Il governo di Tehran ha cercato in tutti i modi di metterla a tacere: l’ha persino carcerata nel 2000 con l’accusa di aver partecipato ad una conferenza a Berlino sulle riforme iraniane. È proprio di questi giorni la notizia di una sua convocazione da parte della magistratura sulla base di accuse non chiare. Insomma, è grazie a donne come la Ebadi che il mondo occidentale ha cominciato a guardare con preoccupazione la condizione femminile in Medio Oriente. In Iran come in Algeria, Arabia Saudita e Indonesia. Un esempio, il suo, che sta dando frutti enormi. Solo a Roma, in occasione della Festa della donna, sono previste numerose manifestazioni per sensibilizzare su questo tema. Amnesty International farà sfilare in Campidoglio una collezione di caftani realizzate da artigiane della capitale per dire basta alle violenze sulle donne. E proprio l’ 8 marzo al Vittoriano sarà inaugurata dalla principessa Wijdan Ali di Giordania, una mostra di circa settanta dipinti di artiste che arrivano dai paesi islamici. “Stracciando i veli”: basta il titolo di questa esposizione (che resterà aperta fino al 3 aprile) per comprendere la ribellione e la presa di coscienza delle donne musulmane stanche della condizione di sottomissione e della privazione di ogni loro diritto. Un grido di disperazione che verrà raccolto da tutti coloro che si recheranno al Vittoriano per vedere e comprendere. a cura di Elisabetta Darsi
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