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Data di lettura dati Server: 29-04-2017 - 21:33:40
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Rubrica sui viaggi, alla scoperta di luoghi e tradizioni. Daniele Dattilo
IDTitolo ArticoloRubricaRedattore ArticoloLink
163 Fra passato e presente - viaggio in BurkinaFaso Appunti di viaggio Daniele Dattilo 03/2003 Apre eventuale link con Articolo 163 già pubblicato
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Viaggiare non è solo scoprire posti nuovi, rilassarsi in perduti paradisi tropicali o  svolgere attività ricreative di gruppo modello Club Méditérranée, ma anche ritrovare un amico lontano, ammalarsi, giungere in un luogo distante da tutto: Aklakou, villaggio togolese a 60 km dalla capitale Lomé, dove Marilena si è recata per partecipare ad un campo di lavoro internazionale che consisteva nel sostegno scolastico ai ragazzi del villaggio (10.000 ab.ca., né corrente elettrica né acqua):

 

si dice che per un occidentale recarsi nel “continente nero” significa sia atterrare su un altro mondo sia fare un viaggio nel passato. Quel che è certo è che l’Africa è il continente più vasto al mondo, un cosmo ricchissimo e complesso che solo per nostra comodità chiamiamo Africa. Ad esempio il viaggio da me fatto in Burkina Faso e Togo (fra i paesi più piccoli della parte sub-sahariana) è molto diverso dai due precedenti in Senegal, forse la meta francofona più turistica per noi occidentali.

Sono arrivata a Ouagadougou (capitale burkinabé) i primi d’agosto. Ad attendermi il mio amico Moukaila, aspirante regista conosciuto a Roma e vittima del business dell’immigrazione e di leggi europee sempre più rigide in materia. Con lui la famiglia al completo ben contenta di accogliere un’eventuale moglie bianca e, ai loro occhi, senz’altro ricca. L’amicizia con Moukaila ha comunque retto alle pressioni sociali ed anzi è stata di grande aiuto nel superare gli inevitabili choc che colpiscono noi occidentali di fronte ad un mondo così diverso: essendo la stagione delle piogge (ma piove sempre meno, purtroppo) il caldo non era così feroce come in maggio (in media 45°!!!) ma le zanzare, piccole e agguerrite, sì (indispensabile una zanzariera). Inoltre la sporcizia, la mancanza di acqua corrente, gli usi e costumi tradizionali musulmani, l’attenzione continua al cibo (ad es. va mangiato solo quello che è cotto al fine di evitare noiose infezioni). Cautele indispensabili per chi come me ha scelto di non fare solo la turista in alberghi a quattro stelle con piscina, ecc., scelta che sicuramente diminuisce il pericolo di malattie, ma  che come in ogni paese in via di sviluppo rischia di creare muri invalicabili fra le persone e riproporre modelli coloniali poco simpatici e neanche troppo lontani nel tempo.

Ouaga durante la stagione delle piogge è molto verde (due idee di passeggiata relax vi porteranno verso la zona del Barrage, la diga a nord della città e verso il bel parco pubblico). La sua architettura contemporanea e la concezione topografica secondo un metodo didattico e funzionale (in centro ad es. tutti i ministeri sono allineati regolarmente attorno al palazzo presidenziale) fanno di Ougadougou una capitale africana “utopica” dove le vie principali sono dedicate non ai soliti capi di stato francesi ma a rivoluzionari africani e non solo (il ghaneano Kwame N’Krumah, il mozambicano Agostino Neto, il congolese Patrice Lumumba, senza dimenticare Che Guevara e Nelson Mandela). Due parole vanno spese sul molto rimpianto capitano ed ex presidente Thomas Sankara, assassinato nel 1987 a soli 47 anni, con la probabile connivenza dell’attuale presidente Blaise Compaoré, suo migliore amico ed ex compagno di rivoluzione (modello già sperimentato in Congo con la triste vicenda Lumumba-Mobutu). È stato Sankara, nel 1984, a cambiare il nome dal coloniale Alto Volta all’attuale Burkina Faso che in lingua mooré (quella dell’etnia maggioritaria, i Mossi) significa “Il paese degli uomini integri e degni di rispetto”; in pochi anni di governo Sankara ha rilanciato l’ideale panafricano degli anni ’60 e ha portato alla ribalta uno dei paesi più poveri al mondo, dando priorità assoluta alla partecipazione democratica, alla cultura e al cinema come strumenti essenziali per svincolarsi dal giogo neocoloniale. Ouagadougou è infatti nota come la “hollywood d’Africa” e qui, ogni anno disparo, si tiene il Fespaco (Festival Panafricano di Cinema di Ouagadougou), dal 1969 il principale festival di cinema black e della diaspora in Africa (la prossima edizione comincia il 22 febbraio e può essere senz’altro un buon momento per visitare questo bellissimo paese). Il cineasta africano forse più famoso al mondo è proprio il burkinabé Idrissa Ouedraogo che in un suo divertente corto degli esordi, Ouaga, deux roues, ci informa di un’altra caratteristica della rurale e ancora un po’ provinciale Ouaga. Essendo il Burkina totalmente pianeggiante il mezzo di locomozione più diffuso è la bicicletta (e per chi può permetterselo, il motorino). Mancano totalmente i mezzi pubblici, i taxi sono cari e le due ruote diventano il mezzo di locomozione preferito per le persone che vi trasportano di tutto (animali, mobili e quant’altro) facendo di Ouaga la seconda città al mondo dopo Pechino per uso di due ruote. Encomiabile l’abilità degli ouagalesi alla guida: guidare sulle strade rosse di fango (solo le principali arterie sono asfaltate) non è affatto semplice, vi assicuro!

Il Grand Marché è un’altra esperienza mistica: una sarabanda di persone affaccendate, di tessuti dai mille colori e di odori sconosciuti vi condurrà attraverso questa città nella città dove potrete apprezzare lo splendido artigianato burkinabé (legno, cuoio, tessuti lavorati a mano dalle donne secondo un’idea di recupero della tradizione “al positivo” voluto da Sankara per l’emancipazione femminile). Quasi ogni commerciante e sicuramente tutti i bambini cercheranno di attirare la vostra attenzione chiamandovi “nassara” che in mooré significa “bianco”. La sera ci si ritrova nei vari locali a ballare o a mangiare l’eccezionale pollo ruspante (alla griglia, allo spiedo, arrosto) che si serve un po’ ovunque in città. Il venerdì mattina all’alba turisti e burkinabé si  ritrovano al palazzo del Moro-Naba (antico capo dei Mossi, ha ormai solo un potere spirituale) per la cerimonia della “falsa partenza dell’imperatore per la guerra” rituale sempre più imbalsamato ma che nel passato ha interessato antropologi ed etnologi di tutto il mondo in seguito agli straordinari filmati del cineasta francese Jean Rouch. Imperdibile una visita al parco di Laongo, a 30 km ca. dalla città: in aperta campagna e dal 1987 artisti di tutto il mondo si riuniscono qui per scolpire i massi granitici che affiorano spontaneamente. Forme, dimensioni e stili si mixano in un risultato eccezionale in cui l’arte gioca a nascondino con la natura lussureggiante. Uscire da una qualsiasi capitale africana significa penetrare in un altro universo, di pace e silenzio, dove la miseria è sicuramente meno feroce che nelle puzzolenti giungle d’asfalto metropolitane.

Andare al nord verso il Mali o il Niger vuol dire scoprire un Burkina più vicino al deserto dove la fiera cultura Tuareg e la pastorizia Peul predominano. Io mi sono rivolta a sud, verso l’immensa massa d’acqua dell’oceano Atlantico (il Burkina non ha sbocco sul mare), verso il Togo, dov’ero attesa in uno sperduto villaggio contadino. Il viaggio in un confortevole bus (1000 km di strada approssimativa in ca. 22 ore) è stato molto divertente e i diversi paesaggi attraversati mi hanno tolto il fiato.

Lomé è nota per essere stata la capitale più piacevole dell’Africa occidentale, ormai, come tutto il paese, sempre più sclerotizzata da 35 anni di dittatura da parte dell’anziano generale Eyademà.

L’immenso mercato, famoso in tutta l’Africa occidentale, il porto dove (entrata a pagamento) si può acquistare tutto quello che arriva dal ricco occidente tecnologico (macchine, tv, hi-fi, videoregistratori) e il fatto che la frontiera col Ghana segni la fine della città, fanno di Lomé una capitale unica al mondo: una città di frontiera e di commercio dove fiorenti “business” (ma attenzione alle truffe!) richiamano gli africani dei più poveri stati vicini creando un mix davvero interessante. Un’incursione nel Ghana anglofono è senz’altro un piacevole détour ma attenzione al visto: va fatto in amabasciata altrimenti per i “ricchi” yovò (“bianchi” in éwé, la principale lingua locale) varcare la frontiera costa ben 100$.

L’oceano è pericolosissimo ed il bagno è consentito solo in alcune spiagge attrezzate e molto belle poco fuori la capitale: ne vale sicuramente la pena visto che giocare con le potenti onde è davvero divertente. Per chi preferisse il totale relax la piscina dell’Hotel Sarakawa offre il gran lusso ad un prezzo (per noi) modico: pare sia la più bella dell’Africa occidentale! Approfittate anche della fantastica frutta: per 300 vecchie lire è possibile mangiarsi una noce di cocco fresca e bere il nutriente latte, una cosa davvero deliziosa. Per non parlare di ananas, manghi, frutti della passione… Ottimi anche i fan-milk, gelati semi industriali che ragazzi in bicicletta vendono un po’ dappertutto. Per spostarsi a Lomé il mezzo più economico e divertente sono i taxi-mobilette: per una modica somma ragazzi in motorino vi porteranno da un capo all’altro della città e il vento dell’Atlantico vi farà sentire meno caldo.

Io ho proseguito verso il villaggio di Aklakou che per non aver votato a favore di Eyademà alle ultime elezioni è rimasto senza luce e quindi senz’acqua. I maestri, molto mal pagati come tutti i funzionari pubblici, rifiutano di andare ad insegnare in “brousse” (campagna) ed è per questo motivo che gli abitanti di Aklakou hanno chiesto per il secondo anno l’aiuto dell’associazione che in Togo organizza campi di lavoro per volontari di tutto il mondo: i ragazzi del villaggio sono molto indietro ma hanno ben chiaro che l’istruzione può essere l’unica chance per migliorare la loro condizione e l’interazione fra loro e noi trenta volontari è stata molto interessante. Più difficile per noi quindici volontari occidentali adattarci a condizioni così poco confortevoli e che ci riportano indietro nel tempo di almeno un secolo: lavarsi significa prendere l’acqua dal pozzo e trasportarla, cucinare vuol dire fare il fuoco ed ogni cosa, anche la più semplice, richiede pazienza, attenzione, abilità. I quindici volontari togolesi sono stati molto gentili ed hanno cercato di metterci a nostro agio il più possibile: inutile dire che, ciò nonostante, il rubinetto e il wc hanno cominciato a invadere i nostri sogni! Inoltre una specie di sano ritorno alla vita contadina: alle sei del pomeriggio ad Aklakou il sole cala improvvisamente e la strada principale del villaggio si illumina di suggestive lampade ad olio, soprattutto il giovedì, giorno di gran mercato. L’organismo si abitua ai nuovi ritmi e svegliarsi all’alba diventa normale dopo qualche giorno, i racconti della gente (siamo in una regione fortemente animista col conseguente culto dei feticci e si sta preparando una grande festa woo doo) ci aprono ad un altro mondo spirituale, il più vicino telefono, ospedale, ristorante ecc. è a 20 km, nella bella Aného, antica capitale togolese…. ma per noi, che dopo 3 settimane torniamo nelle nostre confortevoli case, il cielo pieno di stelle non è mai sembrato così bello! E sentiamo che il mal d’Africa, questa strana nostalgia, è già lì. Fino al prossimo viaggio.

 

Marilena Castiglione a cura di Daniele Dattilo

 

 

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