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Data di lettura dati Server: 23-04-2017 - 12:04:21
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Rubrica sui viaggi, alla scoperta di luoghi e tradizioni. Daniele Dattilo
IDTitolo ArticoloRubricaRedattore ArticoloLink
152 Berlino Appunti di viaggio Daniele Dattilo 02/2003 Apre eventuale link con Articolo 152 già pubblicato
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Nuova pagina 1

 

             

 

BERLINO – 1992

Questo mese nessun viaggio esotico, nessuna testimonianza avventurosa, nessun continente da scoprire o civiltà lontana, ce ne stiamo nella nostra vecchia Europa per parlarvi, di un viaggio che feci ormai più di dieci anni fa a  Berlino, città crocevia e crogiuolo dei fatti storici  e drammatici sicuramente più importanti che hanno segnato il secolo da poco concluso. Ma non staremo a parlare delle bellezze architettoniche o delle eventuali attrazioni turistiche che possono colpire o interessare chi pensa di recarsi nella capitale tedesca. Vi propongo, invece, un breve viaggio nella memoria attraverso quello che poteva essere, ai tempi, l’ambiente universitario di quegli anni. Trascorsi una settimana quell’anno, ospite di alcuni studenti di filosofia e antropologia conosciuti per caso a Roma qualche mese prima. Berlino, in quegli anni aveva una fisionomia molto particolare, indistinta, a metà strada tra passato e futuro. Il muro si era ormai disgregato da circa tre anni. La città si accingeva a diventare la capitale della Germania nuovamente unita ma, ciò nonostante, in alcuni quartieri il tempo sembrava fermo e  nei palazzi e nelle atmosfere che questi evocavano, la città era ancora divisa tra una Berlino Ovest ricca e funzionale e una Berlino Est reduce da un quarantennio totalitario che ha lasciato un’impronta grigia e decadente ma di gran fascino ancora dopo tre anni dalla caduta del muro.

 

I miei amici vivevano in una piccola strada vicino alla piazza Rosa Luxembourg poco distante dalla fermata di metropolitana Pankov. I palazzi un po’ fatiscenti e trascurati di Berlino Est hanno attratto una gran massa di studenti universitari che hanno occupato in massa gli edifici di quei quartieri arricchendoli di colori che li resero unici: un misto di decadenza e creatività. Era buffo vedere le scritte in caratteri gotici delle botteghe dall’aspetto abbandonato delle vie circostanti risalenti agli anni del terzo Reich, così come piazze intere lasciate a se stesse e gli edifici dove sembrava che i bombardamenti erano avvenuti poche settimane prima.  Gran parte della città Est aveva ancora questo aspetto. Il magnifico film “Il cielo sopra Berlino” rende benissimo questa atmosfera (anche se girato sei anni prima con il muro ancora in piedi). Quest’aria grigia sovraccarica di storia e malinconia era intatta. Il bello di quegli anni era proprio questo: avere la coscienza di trovarsi in un luogo sì particolarmente simbolico ma in un periodo dove nulla è stabile, dove i grigi edifici bombardati sono lì ancora intatti, ma sapendo che da lì a breve tutto sarebbe irrimediabilmente trasformato sotto il nome della Germania unificata; quella decadenza, quei colori sarebbero spariti per sempre e quegli studenti avrebbero dovuto lasciare quelle case per andare a trovare posti in anonimi alloggi studenteschi di periferia.

 

Dicevo, interi edifici abitati da studenti, dove spesso si organizzano feste, dove ospitare amici lontani non costituisce alcun problema tutto è portata di mano, loro sono sempre coloratissimi (alcuni hanno pettinature blu, arancioni) l’inusuale è il normale. In quell’urbanistica così anomala, numerosi sono i caffè studenteschi e i centri culturali dove musica e teatro si intrecciano. Il più importante di tutti era sicuramente il Tacheles, che aveva al centro, un enorme cortile con delle vecchie Trabant (auto della Germania Est) conficcate nell’arena trasformandosi in sculture inusuali. Un altro (il cui nome ormai è sfumato via col tempo) era ricavato in un edificio dove mancava il pavimento di un piano e dove un vero e proprio gioco scenico si articolava su più piani. Delle teste di bambola conficcate nel muro ne facevano il decoro. Lì una sera vedemmo i Kiss Freak Steven un gruppo allucinante di «Under-rock», il cui “cantante” che con tanto di parrucca, occhiali da sole a forma di stella e pantaloni a campana luccicanti non faceva che mugugnare nel microfono, non  esitò a tirare fuori il suo pene dai pantaloni quando un poliziotto si è presentato dicendo alla band che dovevano abbassare il volume perché era ormai tardi. Nel mezzo dell’infinito grigio della metropoli, era buffo ogni mattina sentire l’odore del carbone nell’aria appena messo il naso fuori casa, tutto sembra all’insegna del colore e della creatività. «E’ bello essere studenti qui» pensavo e dicevo ai miei amici i quali aggiunsero che oltre tutto hanno anche delle sovvenzioni e degli aiuti dallo stato. Chissà cosa è rimasto di tutto ciò dopo più di dieci anni. Sicuramente nulla. Gli amici li ho persi di vista da ormai troppi anni per farmi raccontare le evoluzioni. Sicuramente tutto oggi sarà nuovo ed efficiente, dei quartieri così centrali in una capitale importante come Berlino non possono essere lasciati in mano a studenti squattrinati. Oggi sicuramente quei posti saranno irriconoscibili. 

a cura di Daniele Dattilo

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