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Rubrica che illustra, attraverso piccole pillole, alcuni dei più illustri letterati italiani, biografie e correnti letterali di pensiero. Antonio Timoni
IDTitolo ArticoloRubricaRedattore ArticoloLink
149 Giovanni Pascoli - Il Decadentismo Pillole di letteratura Antonio Timoni 02/2006 Apre eventuale link con Articolo 149 già pubblicato
Testo Articolo
        

                                                                    

Giovanni Pascoli ( San Mauro di Romagna 31/12/ 1855 – Bologna 06/04/1912 ), fu uno dei maggiori poeti del ‘900 italiano.

La sua adolescenza venne sconvolta da lutti familiari, ma senza ombra di dubbio l’episodio più tragico della sua vita, fu quello che si riferisce all’uccisione del padre ad opera di ignoti nel 1867; un anno dopo morivano anche la madre e la sorella maggiore, lasciando sette orfani nella miseria e nella più completa disperazione. Lui all’età di 7 anni fu mandato nel collegio degli Scolopi ad Urbino, dove stette fino al 1871 e poté poi per fortuna continuare gli studi presso gli Scolopi di Firenze; vinta una borsa di studio, si iscrisse all’Università di Bologna.

Nel 1876, con la morte immatura del fratello Giacomo, piombò sulle sue spalle il grave peso della famiglia. Tutte queste sventure gli provocarono una sfiducia nella vita, destando nel suo animo un moto di rivolta  contro il destino avverso; fu allora che studente, prese parte a manifestazioni sovversive e arrestato, perse anche la borsa di studio. Nel 1882 conseguì comunque la laurea in Lettere, iniziando così la sua carriera di professore; divenne docente universitario prima a Livorno, poi a Messina e quindi a Pisa, fino a quando nel 1905, passò all’Università di Bologna, dove occupò, fin quasi alla morte, la cattedra di Letteratura italiana, lasciata vacante da un altro importante personaggio, Giosue Carducci.

Giovanni Pascoli fu latinista insigne, prosatore, critico, ma soprattutto poeta lirico, senza dubbio uno dei più grandi ed originali della nostra storia letteraria. La sua poesia che in massima parte si ispira alle proprie sventure familiari, canta le bellezze della campagna, le umili creature della terra e del cielo, la nobiltà del lavoro, il mistero della vita e della morte.

La sua opera poetica è compresa nelle seguenti raccolte: la prima “Myricae” (1891), fu scritta durante il suo soggiorno a Livorno, mentre a Bologna pubblicò i “Primi Poemetti” (1897); nel primo libro, Pascoli in brevi balenanti composizioni, rappresentò lo stupore del suo spirito davanti le cose della natura, mentre nel secondo, adottò invece la forma più complessa del poemetto, ponendo al centro dell’opera un tema narrativo, come gli amori di Rosa e Rigo. Nel complesso però queste forme erano estranee alla sua sensibilità poetica, sicché rispetto a Myricae, i Primi Poemetti rappresentarono un’involuzione della sua poesia. Passato a Messina, alternò all’attività poetica, quella critica e scrisse tre volumi di critica dantesca come “Minerva oscura”, “Sotto il velame” e la “Mirabile visione”; questi studi non sono importanti al fine di una maggiore conoscenza dell’arte dantesca, ma lo sono perché ci indicano il gusto che il Pascoli aveva per il simbolo. I tre anni trascorsi a Pisa, furono molto fecondi per la sua produzione letteraria e nel 1903 uscirono i “Canti di Castelvecchio”, in cui con essi, Pascoli tornò alla struttura frammentaria a rapide impressioni, a fulminee suggestioni che erano state proprie delle Myricae. L’anno seguente (1904) pubblicò “I Poemi Conviviali”, ricercando una direzione del tutto diversa dalle sue precedenti opere; s’ispirò infatti a uomini, vicende e costumi dell’età classica, dall’età di Omero all’avvento di Cristo. E’ certo che in questo libro, Pascoli riuscì a darci un’opera di estrema perizia letteraria, allontanandosi però dalla reale ispirazione Pascoliana. Due anni dopo con “Odi e Inni” (1906), il poeta si ispirò alla poesia latina nel tentativo di dare all’Italia moderna, quella celebrazione poetica che non aveva; anche questa poesia civile, politica e sociale, si distaccava dalla sua sensibilità e nel complesso rappresentò soltanto un altro stadio involutivo del suo percorso letterario.

Passato nuovamente a Bologna, Pascoli avvertì molto il peso della responsabilità che gli procurava la cattedra di letteratura all’Università della città stessa e il desiderio di continuare sulla strada della poesia civile, lo scostarono sempre di più da quella che era la sua genuina ispirazione iniziale. Sono di questo periodo le “Canzoni di re Enzio” (1909), i “Poemi Italici” (1911) e i “Poemi del Risorgimento” (1913, postumo); nelle tre canzoni di re Enzio, Pascoli intese celebrare le gesta del bolognese comune, mentre nei Poemi Italici, fissò in forma poetica tre concetti della sua estetica e cioè che il poeta nulla possedeva al di fuori della sua poesia (Paolo Uccello), che l’anima per creare doveva essere libera dalle cose materiali (Rossini) e che infine l’ideale umano risiedeva nell’eroe.  Per nostra fortuna all’infievolirsi della linfa poetica della poesia in italiano, corrispose un irrobustimento della poesia latina e sono di questo periodo i più belli “De Carmina” latini del Pascoli e fra questi forse il più bello in assoluto “Thallusa”, che fu inviato al premio internazionale di Amsterdam nel 1912; il poema narra di una donna, Thallusa, alla quale viene ucciso il marito e rapito il figlioletto, per cui in seguito a ciò diviene schiava in una casa pagana, dove si affeziona al più piccolo dei figli della padrona, Tertuglio, nel quale le sembra di riconoscere suo figlio. Tertuglio le sorride, ma la madre in preda alla gelosia, vende Thallusa.  Pascoli con quest’opera vinse, ma fu anche l’ultimo successo, perché il 6 Aprile dello stesso anno, il poeta moriva a Bologna.

Altre opere da segnalare sono 4 antologie che Pascoli diede alla scuola, due latine per il liceo, “Lyra” ed “Epos”, due italiane per il ginnasio, “Fior da fiore” e “Sul limitare”.

Giovanni Pascoli sviluppò nella sua poetica lo smarrimento dell’uomo di fronte ai misteri del creato  e di strappare la poesia ai freddi schemi razionali per riportarla sul piano fanciullesco dell’immaginazione, della gioia meravigliosa di chi per la prima volta, apre gli occhi sul mondo. Grande è stata l’influenza del Pascoli su alcuni dei più importanti autori italiani contemporanei come Ungaretti, Montale e Saba.

 

                     A cura di: Antonio Timoni

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