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Rubrica curata da Antonio Timoni che si occupa di far conoscere piccole curiosità dal mondo o dalla scienza Antonio Timoni
IDTitolo ArticoloRubricaRedattore ArticoloLink
146 Nuova Caledonia Curiosità Antonio Timoni 03/2006 Apre eventuale link con Articolo 146 già pubblicato
Testo Articolo
Nuova pagina 1

LO SAPEVATE CHE………..

Incantevole, ma incandescente; un profondo disagio sociale, cui non sono estranee le intromissioni di alcuni paesi stranieri, rischia di trasformare lo sperduto arcipelago del Pacifico in una polveriera.

Dal 1853 quando il territorio fu annesso alla Francia, i contrasti e le tensioni tra i nativi del luogo e gli europei, sono rimasti tesi e violenti e ben lungi dall’essersi risolti. I melanesiani, prima dell’arrivo degli stranieri, vivevano divisi per “clan”in territori chiusi dediti alla pesca e alla coltivazione della terra; oggi, relegati ai margini di una comunità industrializzata, dove le grandi società hanno il monopolio del commercio e le terre sono in possesso di coloni, si ritrovano ad avere grossi problemi di identità e integrazione e il loro malessere è diventato esplosivo. Dal 1988 sono fermi allo stadio intermedio; c’è chi ha voglia d’indipendenza, chi di autonomia, chi si accontenterebbe di riacquistare l’identità perduta.

Prossima al Tropico del Capricorno, la Nuova Caledonia  è costituita da un ventaglio di isole e isolotti esteso tra il 20 e 22° di latitudine sud e rappresenta il possedimento d’oltremare più lontano del territorio metropolitano (dista dalla Francia 20 mila chilometri) ed è suddivisa in tre province : il sud, con Nouméa e il 70% della popolazione, il nord indipendentista e le isole Loyauté; la sua laguna è la più grande e più ricca del mondo, con dei colori assolutamente spettacolari, dove pesci e coralli sembrano frutto di un miraggio. Venne così battezzata da James Cook nel 1774, colpito certamente dalle montagne massicce e non troppo elevate (le sue vette raggiungono infatti a malapena i m. 1600 come il Mt. Panié e il Mt. Humboldt) che percorrono longitudinalmente la Grande-Terre,che chiamò con quel nome in ricordo delle zone montuose della Scozia.

La Grande-Terre, con un’estensione pari a circa due volte la Corsica, è l’isola principale dell’arcipelago  e sorprende per la diversità dei suoi paesaggi, tra le montagne coperte di foreste a ovest e l’ambiente tropicale con palme da cocco, sabbia bianca, mare trasparente e villaggi nascosti tra boschetti di ibisco e buganvillee a est; il resto è suddiviso tra le Isole Loyauté, a nord-est, l’Ile des Pins, l’isola dei Pini, così detta dai suoi caratteristici “pini colonnari”, a sud, e numerosi altri isolotti a nord, quasi tutti disabitati ad eccezione delle Isole Belep.

I primi esploratori della Nuova Caledonia non dettero molta importanza alla loro scoperta e lo stesso Cook, affermò che l’arcipelago non avrebbe mai potuto ospitare un rilevante insediamento poiché la natura era stata meno generosa che nelle altre isole tropicali e che il territorio era troppo brullo e roccioso.

Come in Australia, i primi veri coloni furono ergastolani, a cui si aggiunsero più tardi, a partire dal 1872, i rivoluzionari francesi. Nel 1870 si cominciarono però a scoprire le ricchezze del sottosuolo: oro a Nord nella regione di Diahot, rame a Balade, cromo nelle montagne del Sud, cobalto sugli isolotti e un po’ ovunque enormi riserve di nichel. Inevitabilmente, questi ritrovamenti attirarono nell’arcipelago minatori provenienti da ogni parte, in particolare dall’Australia; ancora oggi le riserve di nichel sono le terze del mondo.   

Contrariamente a Tahiti o alle Isole Figi, la Nuova Caledonia non si è mai imposta come zona di grande interesse turistico. I francesi vi si recano per affari o per far visita a parenti e amici; i turisti sono esclusivamente australiani, neozelandesi e giapponesi che vengono a ricercarvi una certa atmosfera francese.

Ouvéa, Lifou e Maré, i tre atolli delle isole Loyauté allineati lungo la costa orientale, sono quelli che danno meglio l’idea degli ultimi paradisi dei mari del Sud.                                                                                           Ouvéa la più piccola delle isole, ha parecchio da offrire, come la laguna multicolore, la sua magnifica spiaggia di sabbia finissima che si snoda per venticinque chilometri ombreggiata da palme di cocco e il ponte che collega le due parti dell’isola da cui si gode una vista stupenda; a giusto titolo è considerato il più bell’atollo del Pacifico.

Lifou è coperta di un’immensa foresta vergine ed è la più grande delle isole Loyauté; da non perdere le baie di Chateaubriand, con la sua laguna che è un qualcosa di spettacolare e Santal dalla spiaggia lunga 50 Km.

Maré, ricoperta anch’essa di un’immensa foresta vergine con piccole insenature di sabbia fine, è ricca di lunghe spiagge e di piscine naturali d’acqua dolce sulla pianura centrale.

Più vicina all’equatore, la parte nord dell’isola ha un clima più caldo e umido e il paesaggio è estremamente vario. La costa occidentale, sottovento, è la meglio sfruttata; colture di mais e legumi si alternano a savane e a vaste praterie con immense fattorie piene di grosse mandrie, sotto la guida di cow-boys a cavallo e in Jeep che ricordano da vicino l’Australia.

La capitale dell’arcipelago è Nouméa, l’antica Port-de-France, che è stata fondata nel 1854 ed è in pratica l’unica vera città della Nuova Caledonia . Ha un fascino speciale con le case in stile coloniale dalle coloratissime persiane in legno e la piazza centrale, Place aux Cocotiers, che costituisce l’animato salotto dove di pomeriggio gli uomini si radunano per giocare . Il gioco nazionale è la “pétanque”, simile alle bocce ; se ne disputano interminabili tornei sotto gli occhi attenti delle “popinées”, le ragazze con dei camicioni variopinti che sedute all’ombra di enormi “flamboyants”, gli alberi corallo, fanno da cornice folcloristica.

Al sabato sono loro, le popinées, a dare spettacolo con le partite di cricket con una versione molto originale del composto sport britannico.

La stazione degli autobus è la zona dove meglio si può cogliere l’estrema varietà della popolazione, dove gli immigrati (wallisiani, indonesiani, tahitiani, canachi,ecc.) cercano lavoro.  Il quartiere più vivo e colorito è però tra la stazione degli autobus e Place aux Cocotiers; qui nei bazar tahitiani e cinesi c’è un incredibile bric-à-brac: collane di conchiglie, piccole macchine elettroniche, pareo,bottiglie di soda e spezie. I negozi di tessuti sono animati dal chiacchierio delle ragazze che nel retrobottega confezionano a macchina i costumi tradizionali.

Nei piccoli bar, debolmente illuminati, i giovani assaporano la birra di produzione locale, molto leggera.

Un altro angolo assai caratteristico è il Bar della Rada, di fronte alla baia della Mosella con la facciata di legno verniciato in blu e la porta a doppio battente che ricorda i saloon del West.

Alcune delle spiagge sono poi tra le più belle di tutto l’arcipelago come quelle della baia dei Limoni e di Anse-Vate, costeggiate di palmizi, alberi, ristoranti e botteghe di souvenir.

L’isola dei Pini, settanta chilometri a sud della Grande Terre, già nota in tempi antichi ai Cinesi che venivano a cercarvi legno di sandalo, deve questa sua bellezza alla rigida tradizione che non permette a nessuno di deturpare l’ambiente . Niente viene a offuscare lo splendore dei suoi boschi di sandalo, di gaiac o di bugny, dei suoi fondali trasparenti, del canto degli uccelli; anche gli hotel costruiti a imitazione delle case tradizionali si fondono in un immenso giardino lussureggiante. Per un breve soggiorno si può usufruire di numerosi alloggi melanesiani, capanne individuali piuttosto primitive, ma estremamente gradevoli per l’ambiente naturale e la dolcezza del clima. In questo modo si può partecipare al modo di vita di questa gente e assistere per esempio, alla preparazione del “bougna”, il piatto tradizionale per eccellenza, una sorta di ragù di carne di pesce cotto in foglie di banano, con tari, ignami, banane verdi, papaia, latte di cocco e spezie, in un forno all’aperto fatto di pietre rese incandescenti (kanak), poi poste in una buca del suolo e ricoperte di terra. Le usanze sono le ultime cose della loro identità perduta; anche se i giovani non pensano che alla musica moderna, il folclore tradizionale è sempre vivace. La loro danza, il ”pilou”, non è più la cerimonia che segna il momento culminante della vita sociale, ma ha comunque un carattere di autenticità che la rende sempre emozionante.

Se la vostra curiosità dovesse andare oltre, ecco alcune notizie aggiuntive per chi volesse visitare l’arcipelago:

dall’Italia, la Nuova Caledonia si può raggiungere con l’Air France fino a Tokio via Parigi, dove c’è una coincidenza per Nouméa. Qantas, British Airways e Air Calédonie invece fanno rotta su Sydney per poi proseguire verso Nouméa.

Il periodo migliore và da Aprile a Novembre, quando il clima è più fresco e asciutto e la temperatura si aggira sui 25-30 gradi. Per visitare le isole è sufficiente il passaporto con validità superiore ai 6 mesi e si deve essere muniti di biglietto di ritorno, oppure di un permesso di soggiorno rilasciato dall’ambasciata francese a cui potete rivolgervi per qualsiasi ulteriore informazione. Non sono richieste vaccinazioni. La differenza oraria è di dieci ore in più rispetto all’Italia (nove quando da noi è in vigore l’ora legale), per cui l’ideale sarebbe un soggiorno di almeno tre settimane.

 

Al mercato di Nouméa sono in vendita deliziosi gioielli di madreperla, corallo e conchiglie; si trovano anche prodotti all’aloe vera, al sandalo e alla kava, la famosa resina rilassante.

Nell’arcipelago, oltre ai dialetti melanesiani, si parla il creolo e il francese. La moneta corrente è il franco del Pacifico (franco CFP) salvo eccezioni per l’instabilità del paese; ricordatevi di conservare qualche franco del Pacifico per la tassa aeroportuale al ritorno.

 

Per ulteriori informazioni potete rivolgervi all’Ente Nazionale Francese del Turismo, via Larga 7, Milano tel. 166166216, oppure al sito: www.nouvelle-caledonie-tourisme. com o www.yahoue.com

 

A cura di Antonio Timoni
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