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Rubrica che illustra, attraverso piccole pillole, alcuni dei più illustri letterati italiani, biografie e correnti letterali di pensiero. Antonio Timoni
IDTitolo ArticoloRubricaRedattore ArticoloLink
139 Gabriele D'Annunzio - Il Decadentismo Pillole di letteratura Antonio Timoni 03/2006 Apre eventuale link con Articolo 139 già pubblicato
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Scrittore, massimo esponente del decadentismo italiano, nacque a Pescara il 12 marzo 1863 e morì, per una emorragia cerebrale, a Gardone Riviera il 1 marzo 1938. Compiuti gli studi classici nel collegio “Cicognini” di Prato, s’iscrisse alla facoltà di Lettere dell’Università di Roma, senza mai però conseguire la laurea. Dal ’81 al ’91 visse a Roma, frequentando il bel mondo dei salotti e collaborando attivamente al “Capitan Fracassa”, al “Fanfulla della Domenica”, alla “Cronaca Bizantina” e al quotidiano radicale “La Tribuna”; si trasferì successivamente a Napoli, dove collaborò al “Mattino” fondato da Edoardo Scarfoglio e Matilde Serao. Nel 1893, dopo la morte del padre, si ritirò nella solitudine di Francavilla a Mare, per poi stabilirsi nel ’98 a Settignano, presso Firenze, nella Villa della Capponcina insieme alla Duse, dove rimase per più di dieci anni. Fu questo il periodo in cui D’Annunzio condusse una vita moralmente corrotta, con lusso sontuoso e grande raffinatezza, fino a quando nell’aprile del 1910, finita anche la relazione con la Duse, fu costretto dai creditori ad emigrare in Francia, dove il mondo letterario (Proust, Joyce) lo accolse con grande simpatia e dove visse altre storie d’amore. Tornato in patria nella primavera del 1915, fu promotore dell’intervento italiano nella prima guerra mondiale (1914-18), alla quale partecipò volontario compiendo gesta eroiche, come la famosa “beffa di Bùccari” e il volo su Vienna. Nel 1919 preparò e diresse la marcia su Fiume, allo scopo di riunire quella città all’Italia, mentre nel 1921, si ritirò a Gardone, sul lago di Garda, nella villa da lui denominata “Il Vittoriale degli Italiani”, dove raccolse, accanto alle memorie d’arte, le sempre vive memorie di guerra.

Gabriele D’Annunzio fu romanziere, giornalista, poeta e drammaturgo fra i più grandi dell’età moderna e dominò, per almeno un trentennio, il gusto e il costume letterario italiano. Della sua vasta produzione segnalerò le opere più significative, a partire dai romanzi “il Piacere”(1889), “Giovanni Episcopo”(1891) e “L’Innocente”(1892), influenzati dal decadentismo; dalla stessa vena nacque, in poesia, “Il Poema paradisiaco”(1893) che anticipò in modo notevole, temi che verranno trattati dalla poesia crepuscolare. Nel periodo immediatamente successivo, D’Annunzio mostrò di voler colmare un vuoto morale, di cui egli stesso avvertiva il rischio, ispirandosi al “superuomo” di Nietzsche e compose i romanzi “Il trionfo della morte”(1894), “Le vergini delle rocce”(1895) e “Il Fuoco”(1898) e i drammi “La città morta”(1899) e “La Gioconda”(1899), scritti durante la relazione con la più grande attrice del tempo Eleonora Duse. Del suo soggiorno a Settignano, troviamo alcuni capolavori come i primi tre libri (Maria, Elettra, Alcione) delle “Laudi del cielo, del mare, della terra e degli eroi” (pubblicate nel 1903); le tragedie “La figlia di Iorio”(1904) e “La fiaccola sotto il moggio”(1905), “La nave”(1908), “Fedra”(1909) e il romanzo “Forse che si, forse che no”(1910).

Stabilitosi in Francia scrisse, peraltro in un prezioso francese, il dramma “Le martyre de Saint Sébastien”(1911), musicato da C. Debussy e il quarto libro delle “Laudi” (Merope, 1912).

Ritiratosi poi nel Vittoriale a Gardone, compose le sue ultime opere tra cui “Il venturiero senza ventura (1924) e “Le Faville del maglio (1924-28).

Gabriele D’Annunzio, dai suoi contemporanei imitato ed acclamato, più tardi tacciato di essere retorico, fu certamente scrittore di particolare sensibilità e al di là delle polemiche che spesso si accendono intorno al suo nome, non c’è oggi persona che non gli riconosca di aver avuto un ruolo d’avanguardia. Più che di vera e propria partecipazione al Decadentismo, di lui si può parlare come di un intellettuale decadente, nello splendore di un linguaggio che esprime per suggestione più che per comunicazione. Fece suo anche il busto dello stravagante, dell’orrido e del perverso come i più grandi artisti decadenti francesi e come Byron, volle fare della sua stessa vita un’opera d’arte e visse una vita più simile ad un poema che alla realtà.

 

                     A cura di: Antonio Timoni

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