La lunga conta delle schede del referendum del 15 ottobre ha consegnato al popolo un nuovo Iraq federale. La Costituzione è stata approvata con il 78 per cento dei voti, a fronte di un 21 per cento contrari. L’affluenza alle urne è stata del 63 per cento, una superiore alle elezioni legislative del 31 gennaio scorso, quando i sunniti boicottarono le urne.

E stavolta sono stati proprio i sunniti ad affollare i seggi, anche se per votare contro. Hanno sperato fino in fondo di torcere a loro favore una regola inventata a protezione della minoranza curda: il voto contrario (in misura di almeno due terzi) in almeno tre province avrebbe bloccato la Costituzione.  In due province su 18 (Al Anbar nella zona di Ramadi e Salaheddin nell’area di Tikrit), i no “sunniti” hanno superato il 75 per cento. Il loro progetto, si è però incagliato a Ninive (capitale Mossul) dove i no sono arrivati solo al 55 per cento.

Lasciato alla spalle il capitolo del nazionalismo arabo, gli iracheni hanno quindi un nuovo stato repubblicano, parlamentare e democratico. La struttura del nuovo stato è federale: una capitale (Baghdad) e regioni e province decentrate che vengono amministrate localmente. La Costituzione riconosce la regione del Kurdistan e il suo governo come regione federale. L’Islam è la religione ufficiale di questo nuovo stato e una fonte principale della legge. Ma è anche un paese multietnico, multireligioso e multiculturale. L’assemblea federale (il parlamento) è composta dal 25 per cento di donne. Il potere esecutivo è in mano al presidente della repubblica (capo di stato) e al Consiglio dei ministri. Il primo ministro è responsabile dell’esecutivo e della politica generale dello stato. Petrolio e gas sono di proprietà del popolo. Il governo federale li amministra con le regioni e le province produttrici. I proventi sono distribuiti in modo equo in tutto il paese.

Archiviato, quindi, il secondo passo importante nel processo politico iniziato con le elezioni di gennaio. Un processo che terminerà il 15 dicembre, quando si terranno le consultazioni legislative. Questa data rappresenta ora una tappa decisiva per la futura guida del paese. I sunniti (ad esempio quelli del Partito islamico iracheno) hanno infatti deciso di correre per le elezioni: il loro ingresso nel Parlamento darà il via alle modifiche del testo costituzionale prevista nell’accordo raggiunto alla vigilia del referendum. Un accordo raggiunto tra i sunniti moderati, gli sciiti e i curdi (con la mediazione del presidente, Jalal Talebani) per evitare conflittualità durante il voto e cercare di superare le divisioni confessionali.

La nuova assemblea federale irachena che verrà eletta a metà dicembre, in base all’accordo, nei quattro mesi successivi potrà emendare le Costituzione (soprattutto i capitoli più contestati, federalismo in testa)e sottoporla di nuovo a un referendum. Il 15 aprile, quindi, la futura Commissione nominata dal parlamento potrà presentare ai deputati eventuali emendamenti.

Non sarà comunque facile ricomporre tutte le grandi fratture della società irachena. Tanti, infatti, sono gli interessi da difendere. Gli sciiti aspirano al massimo potere nelle loro province, a partire da Bassora. I curdi, a loro volta, rivendicano diritti sui grandi giacimenti petroliferi del Nord a Kirkuk. Ma non è solo il petrolio a creare frizioni. Anche la struttura federale: da un lato gli sciiti e i curdi che vogliono una struttura fortemente decentrata e si oppongono centralista dei sunniti. Su tutto, poi, pende sempre il processo all’ex rais Saddam Hussein. Il processo riprenderà il 29 novembre (dopo la prima udienza del 19 ottobre) e le tensioni accompagneranno tutta la campagna elettorale.

È proprio la tenuta dell’unità nazionale che è oggi in pericolo. Non è solo questione di presenza militare e influenza politica degli Usa. La Turchia teme, infatti, la formazione di uno stato curdo, capace di penetrare nei propri confini. L’Arabia Saudita, poi, teme il protettorato dell’Iran sulle vaste province sciite sottomesse un tempo da Saddam Hussein, Anche di questo ocorrerà tener conto nella creazione di un "adulto" stato iracheno.

 
 

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