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…Serrande che si alzano, rumore di camion che arrivano, che partono, apro gli occhi, sono ancora lì in quel prato, in quella villa sconosciuta, lei non c’è più, era un sogno, ho solo rivissuto quello che è accaduto migliaia di anni fa. L’angoscia si è attutita, sembra impossibile, quando tocco il fondo qualcosa o qualcuno mi butta lì una notte tranquilla, un ricordo struggente mi prende per i capelli e mi risolleva da terra.

A quel tempo credevo in qualcosa di soprannaturale, qualcosa che dirige tutto: gli avvenimenti del mondo, che ti protegge, non tanto dalle angherie della vita, ma da quelle cose che la vita può togliere, corse folli in moto, droga, delusioni dell’amore, della vita stessa che ti tradisce… Anche stavolta qualcuno aveva avuto pietà di me, non mi aveva ancora voluto lassù, non era ancora arrivata la mia ora, dovevo ancora vivere….

Forse era stato mio padre, c’era stato un incidente poco tempo prima, si sa, le disgrazie non vengono mai da sole, la minestra era rimasta nel piatto sulla tavola, al suo posto, intatta, avevamo mangiato tutti, uno alla volta come accadeva in quelle sere d’estate, dove c’era sempre da fare, da andare da qualche parte di fretta… Il giorno dopo mia madre la ributtò nella padella, l’avremmo forse mangiata alla sera, a mio padre non serviva più!

Arrotolo il sacco a pelo, risalto la cancellata, prima la sacca e poi me, in giro c’è qualche ragazzo, mi guarda, io tranquillo, come venissi fuori dal portone di casa mia. Ho sentito dire che li vicino c’è una grande città, piena d’arte e robe del genere, un posto vale l’altro…. Mi compro un pezzo di pane, salgo su un autobus che va da quelle parti, è pieno di gente che va a lavorare penso, molte donne, sono colorate, gonne a fiori, camicette variopinte, giacchine marroni, parlottano un poco fra di loro, il mondo va avanti, io  pensavo che finisse…

Ecco la città di cui parlano tutti e il campanile di Giotto, il fiume, la piazza e la via …. Faccio un giretto a piedi, poi mi stanco, prendo un autobus che passa, mi sembra una città come tante altre, né più bella né più brutta. La gente ha la stessa faccia di chi va da una parte e dall’altra, nessuno ride, nessuno parla, nessuno si bacia, nessuno si ama, è sempre la stessa storia, ti trovi lì in un posto dove sei nato, fai quello che devi fare e poi basta, il nulla intorno a te….

Vado a cercare un amico di mio padre che lavora in un ministero, hanno fatto i carabinieri assieme per qualche anno, poi, in tempi diversi si sono congedati tutti e due, si sono sposati, hanno messo su famiglia, hanno lavorato, hanno vissuto la loro vita, si erano persi di vista…. Ricordo il giorno che mio padre ricevette quella lettera, in un italiano strascicato il tipo gli diceva che aveva trovato il suo indirizzo, dopo tante ricerche. Cominciò una corrispondenza, si invitarono a vicenda, prima venne su lui con la moglie, rimasero 3 –4 giorni, qualche anno dopo andarono giù i miei. Erano ritornati su anche dopo l’incidente, da mia madre, ora si vedevano poco, ma si telefonavano spesso fra mogli, invitavano anche noi figli da loro… 

 

Naturalmente è fuori ufficio, non è che ci tenessi poi tanto, anzi, forse è meglio così, non ho voglia di parlare, però mi avrebbe fatto bene distrarmi, parlare di qualcosa,  di come sta mia madre, il gatto c’è ancora? E mio fratello? Ha trovato lavoro? Per fortuna non c’è…..Mi siedo su uno scalino, mi sono annoiato, qua è uguale a là, tutto il mondo è uguale, che me ne stia qui, o lì, non c’è nessuna differenza, me ne torno al casello, a casa, almeno un piatto di qualcosa di decente lo trovo, sopravvivo, ho deciso di sopravvivere per stavolta! Mi rimangono i sogni, forse stanotte la sognerò ancora…. Il mio senso di conservazione lavora da Dio, chissà chi me l’ha dato…. un angelo? Un sadico? Dio? Gesù? Finché mi tiene in piedi, cammino, mangio, lavoro, vivo… tutto qui.

L’asfalto bolle, guardo dove cammino per vedere se le mie scarpe da ginnastica di sottomarca lasciano l’impronta, mi pare di no, anche se le sento un po’ attaccarsi al catrame della strada. Mi hanno lasciato lì, in quella stradina persa anche se, mi hanno detto che è una strada statale. Le macchine sfrecciano veloci, hanno tutti una fretta…. Chissà dove se ne vanno così di corsa, chissà da chi vanno, cosa ci faranno in quel posto. Vedo un albero lì vicino, non importa per dove devo andare, io non ho nessuna fretta, mi sdraio un momentino, solo 5 minuti… poi riprendo a fare l’autostop…5 minuti soltanto….. gli occhi si chiudono, i miei pensieri volano….

Uno squillo di telefono, è lei, -Ho un’ora libera…- sono le sue parole che mi ritornano nella testa… O.k. per il posto, o.k. per l’ora… mangio la minestra pensando a cosa vorrà quella da me, ho un’ora libera, vorrà parlare con me ancora, dirmi le sue cose… Prendo la moto, parto, l’aria calda mi soffia il viso, questi sono i momenti per cui vale la pena di vivere, correre nel vento, verso una ragazza mezzo sconosciuta, che bacia con il cuore, oltre che con la bocca.

Ciao, ciao…. Dove andiamo? Facciamo un giro…. Mi segue nelle curve come se fosse il mio corpo, sembra non abbia mai fatto altro che quello, più tardi mi spiegherà che aveva un ragazzo che volava con la moto, poi è morto in un incidente…. La stessa sorte che toccò a mio padre…. ma io ancora non lo sapevo…

Ha una gonna beige, in cotone, scarpe basse ai piedi, i capelli lasciati liberi, niente trucco, l’unica cosa che le incornicia il viso è un sorriso quando mi guarda…. I denti bianchi spuntano dalle labbra quando lo fa, è una cosa intrigante, sembra abbia l’aria di chi sa quello che vuole, quello che può far accadere…Lei guida il suo destino, lo sento dentro di me, altro che io…

Alla fine la porto in una cantina adibita a tavernetta, bellina, accogliente, respiri l’aria passata di adolescenti che festeggiamo i capodanni, di balli lenti spasmodici, di primi baci, tanto per vedere come si fa, di intere serate passate ad amoreggiare, mentre tutti gli altri ballano con finta noncuranza.

Ci sediamo sul divano…. Non so che dire, vorrei baciarla di nuovo, ma non mi fido, ora so che non è libera come me, mi guarda, le do un bacio timido impacciato, dovrò pur farle vedere che non sono imbranato…

Lei ricambia con calore, le metto la mano sulla coscia scoperta dalla gonna… lei si stacca, mi guarda, mi chiede candidamente se voglio fare all’amore… io rispondo di sì, figurarsi se le dico di no, non mi è mai capitato! Mi dice che lei potrebbe non volerlo, lo dice alzando gli occhi al cielo, come se facesse finta di pensarci… - Invece ti dico di sì. Ci caliamo sul divano, ci baciamo… le sue scarpe cadono a terra una, ad una, lei mi fa: - Aspetta! Si toglie la gonna e la mette bene sulla sedia,- Altrimenti si stropiccia! - mi dice. Sento il cuore  che batte come un matto, eccoci, dopo una vita che aspetto, che immagino come sarà, che mi spremo le meningi per carpire a chi l’ha già fatto come potrà essere, ci sono. Devo farlo bene altrimenti questa capisce che non l’ho mai fatto e mi dà dell’imbranato, ce la metto tutta… Ci baciamo, lei mi si strugge contro, io mi blocco, niente da fare, il mio amico là sotto non ci sente proprio per niente. Che figura! Riprovo, ce la metto tutta, ma niente. Lei capisce, mi chiede se c’è qualcosa che non va, se non le piaccio, io le dico che è stupenda, che non avrei mai pensato di avere una ragazza come lei. Lei capisce che è la mia prima volta, si scosta, mi parla. E’ dolce, una dolcezza mai provata mi invade, mi dice che non siamo a scuola, che non devo dimostrare niente, che lasci la mia mente libera, fa niente se non lo facciamo…

Continua…- Non devi dimostrarmi niente, non siamo a scuola – O.k. accetto la sconfitta… ho aspettato 21 anni aspetterò altri 10 o 100 quello che sarà…. Parliamo, lei è dolce, è bellissima su quel divano di raso rosso nella penombra delle lampade colorate. Non c’è la musica, ma la sento dentro di me, come un ritornello,”Ti amo”; la canzonetta di qualche anno prima, che mi piaceva ancora.

Ora sono rilassato, lei mi vuole, anche se non abbiamo fatto l’amore, mi sta accarezzando un braccio, così, per caso, sento il desiderio ritornare ad ondate fortissime, ci baciamo ancora, lei è sopra di me, entro in lei, il resto è una tempesta di movimenti ritmici, fra il dolore ed il piacere, incurante del fatto che potrebbe rimanere incinta. Poi ci calmiamo, restiamo abbracciati, io in lei. Molto più tardi quando avrò finito tutte le lacrime, quando sarò ad un passo dalla fine, ripenserò a questa serata…. e le ferite faranno più male, alla fine…..

Dicono che l’appetito vien mangiando…per me è lo stesso con il sonno, più dormo e più dormirei. Apro gli occhi, sono ancora sotto quell’albero, in quel posto sconosciuto, lei non c’è, esisteva solo nei miei pensieri, come al solito, non è cambiato niente. Il sole è ancora alto, mi rifaccio un pisolino…. Mi metto seduto con la schiena contro il tronco, le gambe un po’ divaricate, sto bene cosi. Il sole tramonta, poi risorge, poi tramonta ancora, risorge, sembra imbizzarrito, continua su e giù, da una parte e dall’altra del cielo. Caldo, poi pioggia, vento, poi la neve, le stagioni corrono impazzite. Vedo l’erba che cresce ai miei piedi, qualche filo comincia a spuntare anche sui miei piedi, sulle gambe, ora mi confondo con il prato. Il tronco dell’albero sembra modellato alla mia schiena, forse è la mia schiena che si è modellata al tronco, si è creata una nicchia che mi avvolge delicatamente. La pelle è diventata di un marrone scuro e a poco a poco è diventata tutta squamata; sono un tutt’uno con l’albero. Ormai non mi vede più nessuno, solo qualche bambino che passa di lì, per mano alla mamma, per andare all’asilo, sembra notare un qualcosa di strano, alzano il braccio e l’indice verso di me, cercando di dire qualcosa, gli occhi spalancati, ma le mamme non ci badano, danno uno strattone, hanno un tante faccende da sbrigare, la loro mente è occupatissima come la loro vita, non mi vedrebbero neanche se mi parassi davanti a loro sulla strada. Anche i bambini più grandicelli, quelli che vanno nella scuola con tante maestre, non notano più niente di strano, devono correre a casa a fare i compiti, poi c’è il corso di ginnastica, di beach volley, di tennis, pattinaggio su ghiaccio, di roller blade, c’è la colonia estiva, c’è il corso pomeridiano di violino, di pianoforte, c’è la partita di baseball, c’è la nuova relaise di Apocalipse da provare sulla PLX 2 e se avanza una briciola di tempo, c’è la puntata dei Pokemon in TV. Gli uomini non si vedono mai da vicino, sfrecciano veloci, seduti sui loro potenti mezzi, chissà dove e a far cosa…. Sono diventato nessuno, confuso ed invisibile. E’ moltissimo che non provo a muovere che ne so, un braccio, un piede, succhio il nutrimento dalla terra come una pianta, sono un tutt’uno con il mio amico albero. Mi trovo bene lì, non me ne andrei più, ricordo quando ero un essere umano e vivevo, allora ero qualcuno, qualcuno mi aveva fatto sentire di essere qualcuno, ora non sono nessuno, sono un’entità astratta, un misto fra un essere che respira e un arbusto vegetale; sto vegetando.

Me ne sto lì…e basta. Un giorno arrivano due simpaticoni, hanno una motosega ciascuno, uno porta in una mano anche una tanica di benzina, l’altro porta una sacca con dentro dei panini ed una bottiglia di vino. Son venuti per l’albero….è giunta la sua ora. Ci penso un attimo, - no - dico, non è ancora la mia ora…Mi alzo facendo prendere un mezzo colpo a quei due. Le gambe ed il sedere nell’alzarsi sradicano dalla terra le piccole radici che si erano formate, piccole zolle rimangono attaccate, devo spazzolarmi con la mano per tirarle via, nella nicchia che si è formata nel tronco rimane l’impronta chiara e bagnata della mia schiena; mi avvio barcollando, pian pianino senza fretta. Molto più tardi sentirò di una specie di miracolo accaduto in quel posto, un albero che ha partorito un uomo con due boscaioli come testimoni…. L’albero non lo hanno più abbattuto ed il luogo è diventato un posto di culto, la gente si riunisce lì a pregare con un prete, cosa c’entrerà mai la Chiesa poi…. ….

Mi avvio verso la strada a piedi, un passaggio in quelle condizioni non lo rimedio di sicuro… Dopo tanto tempo ho una leggera fame, una mela fa al caso mio, mi viene offerta da un ragazzo lì vicino. Esita, ha paura, ma riesce a vincerla, me la porge sulla mano. Esisto ancora, mi ha visto, vuol dire che in qualche modo ci sono ancora. Dopo tanto tempo sento un sorriso in fondo al cuore, la vita mi vuole ancora, reclama la mia presenza, grazie amico mio, grazie per la mela, grazie di esistere e di farmi esistere. Penso che tutti noi esistiamo grazie a qualcuno, che rassicura la nostra presenza nel mondo, se non fosse e così chi direbbe che questo non sia tutto un sogno? Uno scherzo chimico del cervello, ormoni che si mescolano in un crogiuolo inventato da chissà chi! Il caldo del sole sulla pelle, sembra veramente reale, forse è reale, chissà se un giorno qualcuno mi vorrà ancora bene….. continuo a camminare.

 

( La Redazione de Il Settimo Senso ringrazia Roberto Ferrari, per la gentile concessione del racconto)